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L'opinione del sociologo - Mattioli sulla questione cultura

“Il nostro male è il provincialismo”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– Non sarò breve. E questo mi farà perdere lettori e consensi, lo so. Ma a me piace la sincerità: la sincerità è rispetto per gli altri, e fa rima con lealtà.

Eh, sì, Antoniozzi ha di nuovo posto il problema della cultura a Viterbo. Lo ha posto in termini chiari e non servirebbe aggiungere molto di più, se non fosse che forse conviene focalizzarsi ulteriormente su alcuni punti, per cercare di capire il perché di tante disgrazie.

Se uno volesse scomodare i classici del pensiero politico degli ultimi due secoli potrebbe dire che la mancanza di cultura a Viterbo è un fatto voluto, perché la cultura pone interrogativi, guarda oltre l’orizzonte, invoca il cambiamento, oltraggia il conformismo e quindi prova a detronizzare il potere.

Ma credo che la questione sia un pochino più complicata.

Il fatto è che la società dello spreco si è accorta che rischia di perdere i fondamentali – si pensi alla crisi economica, che è crisi del capitalismo maturo – così investe gran parte delle risorse nel welfare. Sia Monti che un qualsiasi sindaco (d’ogni colore), oggi, si chiedono se sia prioritario aprire un asilo, fare manutenzione in una scuola, sostenere economicamente le famiglie più indigenti, asfaltare una strada, o fare cultura.

Nel 2010 – e quindi prima che la crisi ci ingoiasse definitivamente, una ricerca scientifica (lo voglio sottolineare, perché significa che è da prendere come dato oggettivo indiscutibile) condotta dal Dipartimento Coris della Sapienza dimostrò che l’85% di un campione di cittadini laziali anteponeva la soddisfazione di bisogni materiali (occupazione, salute, sicurezza) a quelli di tipo “culturale”. Il che è quasi ovvio, visto che già Maslow aveva dimostrato che i bisogni culturali, considerati secondari, vengono dopo quelli primari, che attengono alla sopravvivenza. Significa che accanto ad Antoniozzi, al sottoscritto e ai tanti che condividono le preoccupazioni per la cultura a Viterbo si trova un esercito di persone con tutt’altri pensieri, esigenze, opinioni, che magari su Tusciaweb non compaiono, ma che poi fanno la maggioranza in altre sedi.

Allora: dopo essersi bagnati di lacrime per una cultura che va a ramengo, temo che si debba riconoscere che gli enti locali, soprattutto oggi, sono quasi impotenti. In certi casi mancheranno forse la fantasia e la creatività, ma se anche ci fossero si troverebbero a scalare, oltre alle montagne altissime dell’ignoranza e del tatticismo politico-ideologico, anche quelle impervie della mancanza di mezzi e di risorse.

Perché da sempre, la cultura è stata considerata la cenerentola dell’amministrazione pubblica, e se ha ottenuto qualcosa questo è accaduto solo in tempi di vacche grasse.

E che si tratti di un andazzo comune, che prescinde da ogni colore politico, lo posso testimoniare personalmente, persino senza ricorrere al dato scientifico. Mi spiace parlare di me, ma in questo caso può aiutare a capire.

Al sottoscritto, da assessore provinciale alla cultura in una giunta di sinistra e poi di centrosinistra, che per di più confidava su un’amministrazione regionale di sinistra, spettavano regolarmente le briciole.

E sì che c’erano in ballo cose importanti, come il Parco storico archeologico e ambientale della Tuscia, l’Itinerario farnesiano (che era anche musica, teatro e letteratura), il Phersu d’argento, ecc., ecc., ecc. Ma gli aneddoti non finiscono qui: quando il sottoscritto organizzò – con i fondi dell’assessorato regionale scuola e cultura – un ciclo di conferenze sulla comunicazione visiva (era il 1994, quindi si trattava di un argomento ancora di… frontiera) in cui gli invitati erano fra gli altri Oliviero Toscani, Maurizio Costanzo, Gianni Statera e l’allora maggiore esperto mondiale di mass media, Dennis Mc Quail, appositamente in volo da Londra) mi fu contestato da certi ambienti della maggioranza che erano soldi sottratti alle esigenze scolastiche (cancelleria, gite scolastiche, libri) e mi fu imposto comunque di fare le conferenze di mattina, per le sole scuole: con il risultato che occorreva sperare in qualche docente illuminato che portasse i suoi ragazzi ad ascoltare quegli oratori piuttosto che fare interrogazioni e compiti in classe per rispettare il programma.

Risultato: Mc Quail per esempio ebbe un’ottantina di ascoltatori, dispersi nell’immane Cinema Azzurro… e la città neppure se ne accorse di questa iniziativa, perché di solito la gente al mattino va a lavorare…

Il privato avrebbe avuto remore o difficoltà del genere? Ci si è chiesti perché certe iniziative private, come Caffeina, vanno avanti e ad altre, pubbliche, vengono spezzate le gambe sul nascere? Perché il privato fa come vuole (ma anche Caffeina si è beccata i suoi denigratori), mentre il pubblico deve dare conto di tutto e di più, e non solo sul piano economico. Cosa buona e giusta, probabilmente, ma che – e lo si vede anche nel grande, si pensi alle attuali polemiche sui festival cinematografici, sulla biennale, ecc. – ovviamente crea ostacoli, problemi che si ingigantiscono ancor più nel periodo delle vacche magre.

Discorso volontariato: dice, se non ci sono i mezzi, affidiamoci al volontariato. Ottimo interlocutore, certo, quando si tratta di affiancare un progetto, ma non illudiamoci e non illudiamo l’opinione pubblica, che possa essere il volontariato a risolvere il problema cultura a Viterbo, con tutto il rispetto che gli si deve.

Sarebbe pura demagogia. La buona volontà è una cosa, la professionalità è una cosa seria, e non sempre camminano insieme: accanto a certe eccellenze che farebbero certamente decollare la cultura viterbese, ci sono tanti velleitarismi che camminano dalla parte opposta, e Antoniozzi – che conosce bene la situazione – non può non sottoscrivere quello che sto dicendo.

Credo che comunque la chiave del discorso sia altrove, e sono certo che Antoniozzi e molti altri acuti osservatori della realtà viterbese saranno concordi nel ritenere che il male vero di Viterbo sia il provincialismo.

Una malattia diffusa che colpisce equamente da tutte le parti e che fa danni peggio della grandine. E’ il provincialismo che ci distanzia da Siena, da Arezzo, da Orvieto, persino da Terni e Grosseto che non sono mai state considerate città d’arte e cultura. Per inciso, l’altro giorno ho fatto da guida ad alcuni amici nel centro storico, a S. Pellegrino: mi sono vergognato e balbettavo scuse sul degrado che non solo e non tanto il Comune, ma i singoli cittadini avevano creato.

Perché i materassi, le scritte sui muri, le cartacce e le bottiglie rotte per strada non ce li mette il Comune. Perché il centro storico di Siena e di San Gimignano sono siti Unesco e San Pellegrino no? Perché valgono di più sul piano artistico? No, il criterio prevalente è un altro: dipende da come sono tenuti, considerati, valorizzati, dal Comune, ma anche dalla società civile.

Torniamo al provincialismo. Sono costretto a citare di nuovo il Coris: l’anno scorso fu organizzato presso questo dipartimento un incontro di studio sulle realtà culturali della provincia italiana e, inevitabilmente, una parte del discorso cadde sul provincialismo. Che cosa è il provincialismo? Ad essere sintetici emerse, nell’incontro tra studiosi di varia estrazione disciplinare (non proprio quattro amici al bar…) una serie di comportamenti/atteggiamenti che lo descrivono:

– ignoranza, nel senso di non conoscere, non sapere, di non essere informato, aggiornato, di non essere al corrente (specie di quello che accade oltre l’orizzonte);

– fortissima presunzione, inversamente proporzionale alla precedente, di sapere e di saper fare;

– incapacità di interpretare la realtà in un più vasto disegno e tendenza a considerare grandi le piccole cose che sono più familiari e a portata di mano;

– privilegio delle cose materiali rispetto a quelle ideali, cioè tendenza a “volare basso”;

– diffidenza verso ciò che proviene dall’esterno, che si tramuta anche in aggressività;

– ma anche, al contrario, tendenza a considerare tutto ciò che viene dall’esterno come un deus ex machina, senza alcun vaglio critico;

– invidia nei confronti di chi sa o sa fare, con la tendenza a sminuirlo o a contrastarlo;

– conseguente litigiosità permanente rispetto alla ricerca di forme di collaborazione;

– tendenza alla conservazione dello statu quo;

– assolutismo ideologico, quale che ne sia l’origine;

– tendenza a scimmiottare l’altro migliore senza averne le capacità, ma allo stesso tempo, presunzione di poter fare meglio, sempre senza averne strumenti e capacità;

– tendenza a caricare su altri o su altro le responsabilità dei fallimenti.

– tendenza a reagire negativamente anche contro le critiche costruttive.

Vi ricordano niente, queste cose? Scusate se mi sono dilungato. Ma non ne potevo più.

Francesco Mattioli


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7 maggio, 2012

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