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Tuscia operafestival - Interviste - Ieri, 17 luglio, il blitz di Giovanni Allevi nella redazione di Tusciaweb

“Siamo tutti alieni”

di Paola Pierdomenico
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Giovanni Allevi

Giovanni Allevi

Giovanni Allevi nella redazione di Tusciaweb

Giovanni Allevi nella redazione di Tusciaweb

Giovanni Allevi durante l'intervista

Giovanni Allevi durante l'intervista

Allevi firma il libro degli ospiti di Tusciaweb

Allevi firma il libro degli ospiti di Tusciaweb

Giovanni Allevi durante l'intervista

Giovanni Allevi durante l'intervista

– “Ho sulla pelle il ricordo dell’affetto del pubblico viterbese. Voglio tornare qui” (gallery * video).

Con queste semplici parole Giovanni Allevi commenta la serata del 14 luglio in cui si è esibito a piazza San Lorenzo per il Tuscia operafestival. Un’intervista condotta dal maestro Stefano Vignati di fronte a oltre duemila persone.

Spontaneo, entusiasta e sempre sorridente, il maestro Allevi, prima di salutare Viterbo, ha avuto il tempo di fare un blitz nella redazione di Tusciaweb per raccontarsi e raccontare le sue passioni e cioè la musica e la filosofia.

Come è andata la serata e come è il pubblico viterbese?
“Che bello… che bello – ripete entusiasta -. Ricordo una grande gioia, un grandissimo affetto. Una vicinanza del pubblico viterbese che mi vuole ancora bene. Spero di meritare questo calore”.

Il tuo non è stato un concerto tradizionale. Hai presentato il libro “Classico ribelle” intervistato dal maestro Stefano Vignati e alle domande hai alternato l’esecuzione di brani musicali. Avevi già adottato questa formula e come ti sei trovato?
“Ogni volta – esita- è la prima volta. Uno si mette davvero a nudo, perché i propri pensieri, le proprie aspirazioni e fragilità vengono condivise con il pubblico al di là delle note musicali. Bisogna essere un po’ folli per fare questo, però l’ho fatto e sono contento”.

Come è stato essere intervistato dal maestro Stefano Vignati?
“E’ un grandissimo – dice elettrizzato -. L’ho visto anche dirigere. E’ una persona centrata, lui è nato per fare quello. Credo abbia sofferto un po’ a uscire dal suo ruolo per fare da padrone di casa e pormi di fronte al pubblico. Però l’ha fatto con una grande passione e una grande delicatezza”.

Qual è il tuo rapporto con il segretario artistico del Tuscia operafestival Claudio Ferri che hai definito un genio, l’altra sera?
“Oh gli voglio proprio bene – esclama affettuosamente -. Claudio ha qualcosa negli occhi. Ha carisma. E’ destinato a fare cose sempre più grandi, sempre più importanti. Si vede proprio dallo sguardo e dall’intenzione che ci mette. E qui sta il genio nel senso platonico del termine, del daimon, di una persona che in quel momento sta facendo quello che deve fare nella vita”.

Il Tuscia operafestival è un’importante manifestazione culturale. Cosa ne pensi?
“Ce ne sono pochissime in Italia di manifestazioni così. E’ molto bello vedere tanto pubblico internazionale. Ci sono americani che condividono questo amore per l’opera che rappresenta probabilmente il fondamento della nostra cultura. Quindi ben venga, evviva il Tuscia operafestval”.

Il tuo ultimo cd si intitola Alien. Come mai? Ti senti un alieno?
“Noi siamo tutti alieni. L’importante è riuscire a resistere all’omologazione e ad accettare noi stessi per quello che siamo. Quanto è difficile accettarsi in questo mondo che ci vuole tutti uguali e proiettati verso modelli banali che ci vengono offerti dall’esterno. Quanto è difficile accettare la propria fragilità. Io non lo so se ci riesco però ci provo. E tutti gli alieni sono con me, il mio popolo di sognatori, l’esercito dei sognatori delicati che restano incantati a guardare il tramonto”.

In questa alienazione che ruolo hanno i tuoi capelli?
“Nulla, i capelli non servono a niente. C’è chi ha detto che il mio successo dipende dai capelli – dice perplesso, aggrottando le sopracciglia -. No, non credo sia così. Una volta mi sono messo anche una cuffia in testa e ho suonato ad alcuni amici che mi hanno detto che la musica era la stessa”.

E se ti chiedessero di tagliarli?
“Beh, quello è un po’ complicato, perché comunque rappresentano una protezione. Da piccolo mi mettevo dentro i cespugli o mi chiudevo nelle scatole. I capelli rappresentano questo per me e non hanno alcuna funzionalità estetica”.

Qual è la canzone a cui sei più legato nel cd?
“Probabilmente Joli che è il brano più difficile. Infatti ogni volta che devo suonarlo mi viene un colpo – dice ironicamente -, perché è difficile per le mie possibilità tecniche. Però c’è dentro una gioia, una felicità e una grande luce. E’ quella luce che io inseguo, non che ho dentro ma che inseguo. Un po’ tutta la mia musica è così. Andare verso qualcosa che magari non ho, ma che cerco”.

In riferimento a un concerto all’arena di Verona hai parlato di moderna musica classica. Che cosa intendi?
“E’ molto semplice. Si tratta di prendere le forme della classicità, lo studio, la sinfonia o la toccata, e riempirli di contenuti che sono presi in prestito al mondo che è intorno a noi. Fare un uso contemporaneo delle forme classiche. Da questo nasce la musica classica contemporanea che è il mio grandissimo amore. L’oggetto del mio desiderio. Ecco, non ci dormo la notte”.

Secondo te in musica è ormai stato tutto scritto?
“No e questo è il bello. Nel momento in cui io utilizzo una forma che di fatto è un contenitore vuoto e posso riempirlo con il materiale che è intorno a me, quel materiale è del tutto nuovo perché appartiene al presente. Come dice il filosofo Hegel, il presente è in continua evoluzione, non si ferma mai. Questo significa che la musica classica sarà sempre in evoluzione e ci saranno sempre nuovi Beethoven o nuovi Mozart”.

La tua passione è partita da quel pianoforte chiuso a chiave in una stanza quando eri piccolo. Pensi che se non fosse stato così, ti avrebbe attratto ugualmente?
“Credo che il fatto che sia stato chiuso a chiave abbia avuto il suo perché. Per me la musica rappresentava un divieto da infrangere, una regola da rompere e superare. Ancora oggi è così. Per scrivere e per essere un compositore devi conoscere le regole però devi avere anche la forza di metterle in discussione e magari inventarne di nuove” .

Nella tua vita, prima di arrivare a questo punto, hai fatto molti lavori, tra cui il cameriere. Queste esperienze come ti hanno arricchito e le rifaresti?
“Sì, sì, sì. Mi hanno dato la consapevolezza che nessuno è perso. E’ vero c’è la crisi, è verissimo. Però se sei un sognatore e vuoi metterti in gioco, comunque alla fine del mese ci arrivi in qualche modo. E poi mentre facevo il cameriere ero comunque contento. Non mi sono mai lamentato in quel momento, perché avevo trovato il modo per scrivere la mia musica, per studiare composizione e per pagarmi il monolocale in affitto. Allora era tutto una poesia”.

Qual è il tuo rapporto con la musica accademica?
“E’ un rapporto difficile, ma allo stesso tempo fecondo. Gli accademici sono i miei detrattori, però sono anche i miei fan al contrario. Sì, mi criticano, ma stanno sempre a osservare quello che faccio, ad analizzare ogni parola, perché evidentemente hanno capito che in me, che in Giovanni Allevi, c’è il problema del cambiamento dell’accademia, da cui io peraltro provengo. Io gli voglio bene, perché – resta in sospeso con lo sguardo pensieroso -, non lo so perché, però gli voglio bene”.

Anche la filosofia ha avuto un ruolo importante nella tua vita. Qual è il tuo filosofo di riferimento?
“Ce ne sono tanti. Intanto Hegel, il grandissimo Hegel che parla di uno spirito del tempo che è in continua evoluzione, dove il presente è migliore del passato. Poi Montaigne – dice quasi in in preda a un’illuminazione – per cui questo è il migliore dei mondi possibili anche con tutta la desolazione e le difficoltà che ci sono. E poi c’è Stirner che è il fondatore dell’anarchismo. Lui, dice che nessuno è più importante di noi stessi. Esistono nella vita molte figure autoritarie che ci vengono imposte e offerte culturalmente. Eppure alla fine noi siamo più importanti di tutto.

Per esempio – inizia a raccontare – se ti trovi su una mongolfiera con il presidente degli Stati Uniti e la mongolfiera sta per cadere, che fai ti butti tu perché lui ha l’autorità? – si chiede ironico -. No. Ed è questo quello che dice Stirner e infatti con queste affermazioni ha fatto dei danni”, dice scoppiando in una grande risata.

Ti sei esibito in tutto il mondo. C’è un posto in cui vorresti portare le tue note?
“Ancora a Viterbo. Voglio tornare a Viterbo, perché adesso ho ancora questo ricordo sulla pelle, nel corpo. Penso all’affetto di questa gente. Voglio ritornare qui”.

Qual è il regalo più bello che ti ha fatto la musica?
“Mi ha fatto vedere tanti sorrisi e tanti sguardi illuminati. Mi ha fatto entrare in contatto con le emozioni delle persone, coi loro pensieri e mi ha fatto pensare che nonostante tutto questa vita è bellissima e vale davvero la pena di essere vissuta”.

Paola Pierdomenico


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18 luglio, 2012

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