![]() Palazzo Gentili |
– Negli anni settanta si diceva che le politiche territoriali non si facevano con il pennarello.
Credo che anche oggi, nel momento in cui si aboliscono tante province e parte la rincorsa all’“accorpamento”, si debba ragionare con lucidità e buon senso, ma anche con la consapevolezza sociale, storica e ambientale delle caratteristiche dei territori, che non possono essere ”giocati” come tessere di un puzzle, per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Viterbo e Rieti, o meglio la Tuscia e la Sabina hanno ben poco da spartire sul piano storico e territoriale; andatevi a guardare una cartina geografica, dieci chilometri di confine giù giù all’estremo sud-est del territorio falisco. D’altronde ritrovarsi nel Lazio è stata solo un’operazione geografica e politica quando fu necessario dare una “regione” a Roma.
La Sabina guarda sostanzialmente all’Abruzzo, in seconda battuta all’Umbria montana; la Tuscia guarda alla Toscana, all’Umbria tiberina. Dove “guarda” significa non solo, e non tanto, una continuità territoriale (pur ragguardevole) ma soprattutto una continuità storica che data dal II millennio avanti Cristo e che, in epoca romana, medievale, rinascimentale e persino unitaria è stata fortemente e continuamente ribadita.
Qualche esempio banale: le “necropoli rupestri” etrusche si dipanano lungo la Via Clodia dal Lago di Bracciano fino a Pitigliano e oltre, mentre Cerveteri e Tarquinia sono accomunate dalla stessa protezione dell’Unesco; le maremma laziale va dalla Tolfa a Capalbio; persino le direttrici viarie insistono su una logica longitudinale che unisce i monti Sabatini e quelli Vulsini; l’interconnessione tra la costa tirrenica e l’area cimina è nelle cose, nella storia e nell’economia.
Allora, visto che non si possono stravolgere le regioni, è chiaro che si devono cogliere le opportunità di aggregazione all’interno del Lazio, ma cum grano salis. Non quindi una aggregazione improbabile, “pennarellistica” tra Rieti e Viterbo, ma una rievocazione della subregione “Tuscia” che comprenda l’area tolfetana, cioè Civitavecchia e il suo circondario.
Così una nuova provincia Viterbo-Civitavecchia, avrebbe sia i requisiti spaziali e demografici, sia – e soprattutto – l’omogeneità storica, economica, infrastrutturale che una provincia, cioè un ente di programmazione del territorio, esige. Che diavolo programmerebbero insieme Rieti e Viterbo? Una gita al Soratte?
Ha quindi ragione Renzo Trappolini quando propone di guardare piuttosto a Civitavecchia; ma va anche detto che un progetto del genere, proprio perché necessita di uno sforzo propositivo, non è facile da realizzare. Gli impedimenti? Civitavecchia potrebbe guardare con più fiducia all’area metropolitana di Roma; inoltre occorrerebbe tracciare confini ex novo nell’area sabatina, mentre è più facile “incollare” le due province di Viterbo e Rieti; la classe politica locale è suddita di quella regionale e nazionale e quindi appare del tutto impotente a far vivere progettualità del genere.
Un pensiero va anche rivolto a chi si frega le mani per l’abolizione della provincia di Viterbo: certo, l’uomo qualunque ne sarà contento: “meno ggente che ce magna”.
Ma attenzione, era già difficile difendersi dall’invadenza di Roma, che dettava i tempi e i modi dell’economia regionale, figurarsi ora che Roma diventa un’area metropolitana in grado di fagocitare tutto il territorio d’intorno. Sarà difficile opporsi al suo strapotere economico, territoriale, amministrativo, e doverlo anche fare dividendosi le poche briciole con Rieti…
Francesco Mattioli
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY