![]() L'esibizione del maestro Ramin Bahrami |
![]() L'esibizione del maestro Ramin Bahrami |
– “Un eterno studente del pensiero di Bach” (gallery * video).
Così il maestro Ramin Bahrami, seduto sullo sgabello vicino al pianoforte in mezzo alla chiesa di San Francesco, ha iniziato a parlare di sé a Tusciaweb prima del concerto di chiusura del Festival Barocco di ieri sera.
Dalle noci fresche di Theran, ricordo dell’infanzia, all’incontro con la musica di Bach che ha cambiato la sua vita. Dalle estati al mar Caspio all’amore per il pianoforte come strumento di comunicazione di un universale sentimento di umanità. Aneddoti che hanno mostrato la geniale personalità del maestro.
Per il secondo anno consecutivo torna al festival Barocco. Qual è per lei l’importanza di manifestazioni di questo tipo?
“In un momento di crisi esistenziale ed economica come questo, ben vengano i festival che con molto sacrificio riescono ad andare avanti. La cultura con la C maiuscola rappresenta l’unica salvezza in questi momenti bui e non credo ci sia musica più adatta a riequilibrarsi e a capirsi come quella di Johann Sebastian Bach”.
E’ considerato uno dei più grandi interpreti della musica di Bach, come nasce l’amore per questo compositore?
“Bach sceglie i suoi interpreti ed entra nella loro vita in modo estremamente sorprendente. Era successo alla mia grandissima insegnante Rosalyn Tureck. Io avevo cinque anni quando ebbi la fortuna di ascoltare un lp di Glenn Gould. Rimasi profondamente toccato sia dalla bellezza dell’esecuzione di questo pianista che dalla musica stessa. Fu un colpo di fulmine”.
Ha avuto modo di conoscere Viterbo, si è fatto un’idea della situazione culturale e qual è il suo giudizio in merito?
“Già la città fa molto – dice Bahrami -. Questo festival e l’orchestra sono delle risorse. Apprezzo anche il mio collega Stefano Vignati che tiene molto alla formazione dei giovani. Ho avuto modo di seguire un concerto di questi ragazzi che mi ha sorpreso molto positivamente.
Quando si tratta di sostenere la cultura non dobbiamo mai adagiarci, anzi dobbiamo fare sempre di più. Questo lo direi a Lipsia, a Philadelphia come qui a Viterbo. Non bisogna mai essere contenti dei risultati ottenuti, perché nell’oceano della musica quello che noi crediamo di fare bene non è che una piccola goccia”.
Ha scelto il pianoforte, come mai?
“Ho scelto il piano come strumento di comunicazione e non come strumento ginnico, perché di pianisti toreri ce ne sono tanti. L’ho scelto per eseguire Bach perché il piano riesce a delineare le linee polifoniche in maniera molto più trasparente e sa comunicarle in una grande sala o in una chiesa, molto meglio del clavicembalo, che io amo, ma che va bene per una sala di massimo 50 persone. Il pianoforte, come diceva la Tureck, è lo strumento che meglio riesce a far venir fuori la bellezza della musica bachiana”.
Tornando a parlare di cultura, quali sono per lei le differenze tra l’Italia e l’Iran, il suo paese d’origine?
“Il mio paese d’origine è quello di cinquemila anni fa, quello dell’impero persiano – precisa -. Il paese che ha dato la civiltà, la tolleranza e la democrazia al mondo. Io sono orgoglioso di quella Persia, perché quella di oggi versa in una situazione drammatica e ha poco a che fare con la propria cultura e con la cultura in generale, perché lì adesso sono indaffarati a fare altre sciagure”.
Cosa pensa del suo paese e del regime che lo governa?
“Spero che questo regime, per un miracolo o per qualche maledizione, crolli prima possibile e che si ritorni allo splendore dell’antica Persia”.
Quanto conta il pensiero laico nell’Islam?
“La Persia ha avuto basi zarathustriane, per cui è soltanto da 1500 anni che noi abbiamo subito questo tipo di Islam che è diverso da quello che ho studiato e che non ha niente a che fare con la violenza e con le restrizioni. Ci sono state troppe interpretazioni e quella attuale non è quella che mi piace”.
Qual è il suo rapporto con la fede?
“Sono profondamente credente. Secondo me Bach è la riprova che esiste qualcosa più grande di noi, è forse uno degli esempi più riusciti e convincenti dell’esistenza di un qualcosa di più alto. Credo anche perché secondo me chi non lo fa, fatica di più”.
A 11 anni ha lasciato il suo paese, qual è il ricordo più vivo della sua infanzia?
“Sono le estati al mar Caspio, le noci fresche di Theran, ma anche l’ascolto di questo lp di Glenn Gould e quella volta in cui sono stato inseguito da un cane, rischiando di perdere la faccia perché sono caduto scappando con la bicicletta. Da allora mi è rimasta la paura per i cani”.
E’ stato definito un “mago del suono e un poeta della tastiera”, lei come si definisce?
“Uno studente eterno del pensiero bachiano – conclude -. C’è chi mi ha detto addirittura di aver capito tutto di Bach, ma io rispondo che il giorno che avrò capito qualcosa di Bach sarò morto. Questo significa che nei confronti della grande musica del passato bisogna porsi come studenti per sempre. E lo dico soprattutto ai giovani”.
Paola Pierdomenico
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