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L'opinione del sociologo

I politici viterbesi segano il ramo su cui sono appollaiati

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– Circa un anno fa su queste stesse pagine mi chiedevo se fosse nel dna della politica italiana – e nella storia del nostro Paese – il bipolarismo.

La risposta che mi detti fu che no, non lo era. Le coalizioni si erano trasformate troppo spesso in ammucchiate, in fronti contro il nemico comune tanto contingenti quanto scarsamente fondate sulla reale condivisione di un disegno collettivo.

La politica viterbese non si discosta da questa situazione, semmai la accentua, almeno a ben guardare cosa è accaduto in questi ultimi mesi.

A sinistra, esodi dal Pd verso il limbo di una protesta talvolta a titolo personale, sotterranei litigi tra laici e cattolici, irrisolte incertezze tra vocazione al dissenso e cultura di governo. A destra, il periodico riemergere dell’irriducibilità tra berlusconiani della prima ora e zoccolo duro di An, con l’intromissione di una destra sociale poco incline ai compromessi.

Al centro, una grossa pattuglia sperduta guidata dall’Udc con minore fortuna di Senofonte, che mostra di possedere tuttora una testa bifronte, indecisa se guardare alle sirene del centro destra o alle opportunità del centrosinistra, col solo risultato di apparire inaffidabile ai potenziali alleati, ma anche ai potenziali elettori.

Chiaro allora che la diffusa tendenza alla dispersione della politica viterbese, sposandosi alla crescente sfiducia dell’elettorato nei confronti di una casta, vera o supposta che sia, venga ad aprire praterie sconfinate all’antipolitica e al qualunquismo di massa.

Sia chiaro: il qualunquismo non ha mai prodotto una politica sana, e quando è riuscito ad andare al potere ha sfornato la base populista più becera del fascismo.

Qualcuno spera forse che dall’implosione della politica viterbese possano nascere invece nuove istanze politiche, nuove figure che provenendo dal sociale siano capaci di prendersi sulle spalle le sorti della città.

Ma queste figure sarebbero disposte a tanto? Non c’è forse il rischio fondato che si ritroverebbero a farsi stritolare, anfore di coccio tra vasi di ferro, da un sistema che ormai è sclerotizzato da procedure irreversibili, che non ammettono deroghe?

Io non credo che il fronte politico viterbese sia fatto da cinici mestatori; ce ne saranno certo, perché purtroppo la politica è il luogo privilegiato delle occhiute attività degli avventurieri, ma sono convinto che la maggior parte dei politici viterbesi ci metta il cuore, nelle sue azioni, maggioranza e minoranza, ciascunanelle funzioni che il sistema democratico le assegna. Solo che i meccanismi della politica comportano ritualismi, irrigidimenti, personalismi, machiavellismi, perdita di vista degli obiettivi, delle identità, soprattutto del valore etico dell’azione politica.

Così, presi nel gioco degli “ismi” di vario genere, costretti a farsi cinici e furbi nell’agone politico quotidiano, a districarsi tra veti incrociati, a onorare improvvide promesse fatte in periodo elettorale, i politici viterbesi continuano a segare il ramo su cui sono appollaiati senza rendersi conto delle inevitabili conseguenze.

Le elezioni amministrative sono dietro l’angolo e può darsi che molti si stiano agitando solo per conquistare la migliore posizione di partenza, come fanno i fantini del palio di Siena; il rischio però è che agitandosi troppo il giudice annulli la gara, rimandando tutti a leccarsi le ferite nelle proprie contrade e assegnando il palio a chi, a cavallo di un brocco, ha finto di essere estraneo alla tenzone.

Sarebbe forse il caso che i fantini della politica, mentre si agitano sulla linea di partenza, continuassero a tenere d’occhio il giudice, cioè l’elettorato. Per non perdere la gara prima ancora di averla disputata.

Francesco Mattioli


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1 settembre, 2012

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