– Intercettazioni, le difese annunciano battaglia.
Si riapre la faida delle intercettazioni. La nuova inchiesta “Genio e sregolatezza”, sugli appalti truccati in mezza provincia, rischia di seguire un copione già scritto dai vecchi processi Dazio e Miniera d’oro 1 e 2.
Si parlava di cave, tangenti, autorizzazioni e pratiche accelerate a pagamento da Regione Lazio e Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici. Sterminata la mole di intercettazioni. Centinaia di migliaia di telefonate registrate e riprese video che i giudici del tribunale di Viterbo dichiararono clamorosamente al processo.
I pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci non sentono ragioni: le pretendono. Sono l’architrave dell’accusa. Non la pensano allo stesso modo i difensori, per i quali le intercettazioni erano e restano inutilizzabili. Dal processo Miniera d’oro 1 sono momentaneamente escluse. Solo in Miniera d’oro 2 e Dazio l’accusa è riuscita a riammetterle tra le prove, ma non è ancora detta l’ultima: per tagliarle fuori, gli avvocati sono arrivati fino alla Cassazione, che si pronuncerà a gennaio.
L’inchiesta sugli appalti pilotati farà inevitabilmente la stessa fine. Con le sue 700mila telefonate intercettate e 12mila ore di riprese video (il doppio di Dazio) l’indagine sulle gare truccate presta il fianco a facili obiezioni dei difensori.
Qualcuno, come l’avvocato Samuele De Santis, ha già chiesto di poterle ascoltare. Il legale, che assiste la funzionaria del Genio civile Gabriela Annesi, ritenuta “figura apicale” nel sistema di spartizione degli appalti, parla di un “buco nelle intercettazioni di almeno sei mesi”.
C’è da scommettere che più di un difensore sottoporrà la questione al tribunale del Riesame, cui gli avvocati dei dodici arrestati si stanno rivolgendo a raffica per far uscire dal carcere o dai domiciliari i propri assistiti.
Gli imprenditori, amministratori e funzionari del Genio civile sottoposti a misura cautelare aspettano, da un momento all’altro, la decisione del gip Franca Marinelli, che potrebbe arrivare in giornata. Non prima del parere dei pubblici ministeri.
26 i presunti appalti truccati in 16 paesi della provincia, per un valore complessivo di dodici milioni di euro. Un sistema di spartizione stritola-concorrenza che, ora, si ripercuote anche contro le stesse aziende coinvolte: con l’arresto dei titolari, le imprese ritenute conniventi rischiano di finire sul lastrico.






