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Corruzione - Dichiarate inutilizzabili due anni fa, sono rientrate ieri tra le prove

Processo Dazio, riammesse le intercettazioni

di Stefania Moretti

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Domenico Chiavarino

Domenico Chiavarino

Dario Chiavarino

Dario Chiavarino

Massimo Scapigliati

Il sostituto procuratore Stefano D’Arma, pubblica accusa al processo insieme al collega Fabrizio Tucci

L'avvocato Mirko Bandiera

L’avvocato di De Paolis Mirko Bandiera

E’ ufficiale: le intercettazioni rientrano nel processo Dazio.

Lo hanno deciso i giudici del tribunale di Viterbo, nel processo sulle tangenti in cambio dell’autorizzazione di una cava abbandonata a Montevareccio (Viterbo). Corruzione l’accusa per gli imputati: gli imprenditori edili padre e figlio Domenico e Dario Chiavarino e il funzionario regionale Giuseppe De Paolis.

Dopo uno stop di due anni, il processo è ripartito. Con un nuovo collegio dei giudici e una clamorosa marcia indietro sulle intercettazioni: annullate nel 2010, sono state riammesse a sorpresa all’udienza di ieri pomeriggio.

Il tribunale ha azzerato la vecchia ordinanza che le tagliava fuori dal processo. Motivo: non erano indispensabili, a detta della difesa, che due anni fa riuscì a far passare questa tesi, convincendo i giudici a mandare in malora oltre 100mila conversazioni registrate e 6500 ore di riprese video.

Fu un colpo durissimo per la Procura, che vedeva crollare un pezzo dell’accusa, costruita interamente su quella mole sterminata di registrazioni. Proprio per questo i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci non hanno voluto rinunciarci. E ieri pomeriggio la loro richiesta di riammetterle tra le prove a carico degli imputati è stata accolta, dopo un’ora di camera di consiglio. Tra lo sconcerto e la delusione delle difese.

“Siamo sbalorditi – ha dichiarato l’avvocato Mirko Bandiera, legale di De Paolis -. I giudici hanno praticamente ammesso di aver sbagliato due anni fa ad azzerare le intercettazioni, nonostante, all’epoca, si fossero presi ben due ore di tempo per decidere. E’ un ripensamento inaspettato, che ci costringerà a rivedere la strategia difensiva”. Silenzio stampa per l’avvocato dei Chiavarino Franco Moretti, che ha preferito non commentare.

La discussione sulle intercettazioni, che ha occupato l’intera udienza, ha fatto saltare la deposizione di Massimo Scapigliati. L’ex funzionario del Comune di Viterbo, arrestato nel 2010 insieme agli odierni imputati, patteggiò, come anche i due funzionari della Soprintendenza inizialmente trascinati nell’inchiesta.

Ora Scapigliati è il supertestimone del processo. E anche se ha già abbondantemente chiarito la sua posizione davanti ai pm, potrà dire ancora molto alla prossima udienza del 16 ottobre. Soprattutto sui rapporti con gli imputati, tra i quali l’ex funzionario avrebbe fatto da intermediario. Da un lato, per l’accusa, c’erano i Chiavarino che, dietro pagamento, chiedevano una falsa autorizzazione in materia di cave. Dall’altro De Paolis, accusato di aver accelerato la pratica in favore dei due imprenditori, in cambio di soldi e con la mediazione dell’ex funzionario comunale.

Della presunta tangente da 20mila euro, sborsata secondo i pm dai due imprenditori, 5mila ciascuno sarebbero andati a Scapigliati e De Paolis. I restanti 10mila, stando alle indagini, sarebbero stati una provvigione sulle vendite dei materiali che la ditta Chiavarino avrebbe estratto dalla cava. A Scapigliati e De Paolis sarebbe spettata una piccola percentuale dei guadagni. Percentuale che entrambi sostengono di non aver mai incassato.

Stefania Moretti


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23 maggio, 2012

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