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Università della Tuscia - Agraria - Così il professore Eddo Ruggini dopo la distruzione, imposta dal governo, di 350 piante transgeniche che ha mandato in fumo anni di ricerca

“Ogm, lo Stato dà man forte alle multinazionali”

di Paola Pierdomenico
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Il cartello apposto all'atto dell'autorizzazione alla sperimentazione

Il cartello apposto all'atto dell'autorizzazione alla sperimentazione (clicca sulla foto per ingrandire)

Il campo prima dell'estirpazione

Il campo prima dell'estirpazione

L'estirpazione delle piante

L'estirpazione delle piante

Il campo dopo l'estirpazione

Il campo dopo l'estirpazione

L'inceneritura delle piante

L'inceneritura delle piante

– “Anni di ricerca andati in fumo”.

E’ amaro il commento del professore dell’università della Tuscia Eddo Rugini dopo la distruzione di 350 piante transgeniche di kiwi, ciliegio e ulivo che ieri sono state incenerite.

Quello di ieri rappresenta l’ultimo atto di un processo innescato dopo la polemica sollevata lo scorso giugno da Mario Capanna sulla regolarità delle coltivazioni ogm.

“Ieri mattina – afferma il professore Rugini – abbiamo dato fuoco alle piante che avevamo già estirpato tra giugno e luglio. Sono transgeniche e fanno parte di una sperimentazione che è in campo dal 1998 e che è stata autorizzata dal ministero dell’Ambiente”.

La ricerca era condotta su piante arboree da frutto, in particolare kiwi, olivi e ciliegi. “L’obiettivo era quello di ottenere alberi di ciliegio di ridotte dimensioni e adatti alla raccolta meccanica, piante di kiwi resistenti alla siccità e alle malattie e altre di olivo resistenti a malattie, come l’occhio di pavone, e soprattutto al freddo”.

Una volta ottenuti i risultati, l’indagine si avviava a conclusione. L’iter incompiuto, però, non è filato liscio. Sono infatti, sorti degli ostacoli. “La sperimentazione è stata autorizzata tra il 1998/99 per una durata di dieci anni.

Alla scadenza, abbiamo chiesto una proroga per raccogliere i dati finali che ci servivano per la valutazione del rischio, il comportamento delle piante nel tempo e nell’ambiente, nonché la qualità dei frutti. Proroga che però ci è stata negata. Abbiamo dunque chiesto di riconsiderare il rifiuto, ma senza risultati se non quello in cui ci si chiedeva di espiantare immediatamente senza nemmeno rilevare alcuni dati nell’ambiente circostante e nel suolo , come raccomandato tra l’altro anche dalla Fonazione dei diritti genetici”.

Per due motivi. “Il primo era che la Regione Lazio non aveva individuato i siti di sperimentazione e il secondo perché il Mipaf, ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, non aveva ancora approvato i protocolli di sperimentazione per queste piante transgeniche, nonostante le richieste della UE di ottemperare entro il 2007. Il ministero dell’Ambiente di conseguenza non ha potuto concedere le autorizzazioni“.

Da qui l’amarezza del professore Rugini. “Per due inadempienze del nostro Stato – dice -, non abbiamo potuto continuare una ricerca che era quasi al termine e che avrebbe dato importanti risultati”.

Ed è così che si è arrivati alla distruzione del campo. “Verso giugno abbiamo somministrato prima un disseccante alle piante e poi le abbiamo estirpate. Una volta morte le abbiamo cumulate sul campo e ieri, le abbiamo bruciate. In tutto saranno stati circa 350, tra piante transgeniche e controlli, ossia quelle usate per le comparazioni. Abbiamo distrutto tutto”.

La questione comunque non ha lasciato indifferente il mondo scientifico. “Siamo arrivati a questo punto – aggiunge il professore – nonostante gli appelli fatti da accademie, associazioni scientifiche e ricercatori. Bio 45, l’associazione della ricerca pubblica americana e i biotecnologi italiani hanno portato avanti delle raccolte  di firme. Sono state inviate lettere al presidente della Repubblica, al premier  e ai ministri. Malgrado ciò abbiamo trovato un muro e nessuno si è degnato di risponderci“.

Non sono mancati però i controlli da parte dello Stato. “Come se non bastasse, durante l’estate, i due ministeri, quelli dell’ambiente e delle Politiche agricole, hanno mandato un’ispezione da parte della forestale, probabilmente per trovare delle irregolarità, ma non hanno trovato nulla. La Regione ha fatto altrettanto“.

Per il professore, ieri, si è perso un importante patrimonio. “Si trattava dell’unico campo sperimentale di piante arboree in Italia e attualmente in Europa.

Un campo che stava lì da 10 anni e sul quale si potevano raccogliere importanti dati sul suolo e sulla ricerca con eventuali risvolti per l’ambiente. Invece, tutto è andato in fumo. Sono stati distrutti i sacrifici degli studenti, dei giovani precari e sono stati sprecati i soldi pubblici impiegati per una ricerca trentennale”.

Tanti, per Rugini, i risvolti negativi. Uno su tutti. “Lo Stato, impedendoci di fare ricerca, sta dando man forte alle multinazionali producono e vendono piante transgeniche. Ora, quindi, mais, colza, soia e cotone sono coltivati in tutto il mondo, a differenza delle nostre piante arboree che volevano essere create per resistere alle malattie, al freddo e alla siccità. Lo Stato appoggia coloro che oggi vendono ogm e pesticidi a discapito di agricoltori e consumatori”.

Una politica che è contraria a quella portata avanti dai ricercatori. “Noi studiosi non abbiamo come obiettivo il profitto, ma la conoscenza. Ancora oggi lo Stato, molti ministri e le associazioni di agricoltori si oppongono a questo tipo di lavoro, sbandierando che le piante transgeniche fanno male alla salute, all’ambiente e all’economia. Non è così e gli agricoltori finalmente iniziano ad accorgersene. Nel mondo si mangiano ogm da anni e il nostro bestiame viene alimentato con mais ogm importato da Brasile e America da diversi anni”.

Quindi la conclusione del professore Rugini. “Siamo per la ricerca al servizio dei cittadini, perché usiamo i loro soldi. Noi ricercatori vogliamo solo lavorare e capire e pretendiamo che ci venga restituita, sempre nel pieno rispetto della legalità, dignità e libertà di ricerca, come recita il dettato costituzionale all’art. 33, e allo stesso tempo che venga restituita alla comunicazione il suo vero ruolo di essere neutrale, corretta e trattata da persone libere e qualificate. Desideriamo inoltre, per il bene di questo Paese, ridotto allo stremo, che vengano pronunciate nuovamente le parole ricerca e innovazione, che sembrano scomparse dal vocabolario dei politici e amministratori. Tutto qua”.

Paola Pierdomenico


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30 ottobre, 2012

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