Riceviamo e pubblichiamo – Lo scorso anno, quando Nardi e la sua compagnia, “Il cerchio invisibile”, presentarono “Il naso” di Gogol al PalArte, qualcuno disse che “gli spettacoli aperti a una plurinterpretazione aprono il cervello e sguinzagliano le idee”.
Quest’anno il testo di Edoardo messo in scena dal maestro sembra davvero aver sguinzagliato infinite e insospettabili idee.
Calogero Di Spelta è un uomo rabbuiato e sospettoso. È geloso di sua moglie e ha messo la sua passione nel taschino della giacca, un fazzoletto rosso fuoco. Per questo lei la cerca altrove. Marta approfitta di uno spettacolo di magia, in cui viene fatta sparire, per filarsela col suo amante. Il mago convince Calogero che è lui il vero responsabile della sparizione della donna.
Dice al poveretto che sua moglie è chiusa in una scatola. Dovrà aprire la scatola per ritrovarla. Ma se non avrà fede, se non sarà convinto che la moglie è nella scatola, allora non la rivedrà mai più. Calogero non aprirà mai la scatola, neanche quando la moglie tornerà da lui confessandogli l’adulterio.
Non la riconoscerà, non le crederà, preferirà continuare lo spettacolo iniziato dal mago e adorare la scatola chiusa. E nella sua illusione, nella sua necessità, muterà tutte le persone che gli ruotano attorno in immagini irreali, personaggi di un esperimento di magia.
Ma in realtà tutti i personaggi sembrano in qualche modo voler continuare il gioco, come travolti e assopiti da uno spettacolo che essi stessi hanno creato. Nessuno vuole la responsabilità di agire e interrompere la grande magia. Nessuno tranne Gregorio, fratello di Calogero. La voce di Gregorio è quella di Dario Guidi, premiato al festival di Castrocaro per la sua prodigiosa interpretazione. È la voce della ragione, della realtà oggettiva, stonata, fastidiosa, ridicola. Per quanto urli nessuno la vuole sentire. E davvero nessuno la sentirebbe se non fosse pure, appunto, comica. Per quanto gesticoli e invada prepotentemente la scena Gregorio non riesce a interrompere la grande magia.
Paradossalmente l’unico vero spettatore al PalArte sembra essere il mago, un meraviglioso Omar Lombardi, quello che ha capito il gioco sin dall’inizio, quello che ha il terzo occhio, la visione pluridimensionale della scena della vita. Lascia Calogero nel mare della sua illusione, su cui lui non ha fatto altro che aprire il sipario, esce dalla scena e si perde nel pubblico, o tra le quinte, o chi sa dove.
E nel suo mare, nel suo buio, Calogero abbandona la compostezza impacciata, la ridicola identità sociale, le fobie.
Nel gioco dell’illusione Calogero torna bambino. Il suo volto si distende e si libera dalle rughe della costrizione. Come per magia, guarda un po’, il suo volto si illumina di stupore. Nella magia dell’illusione Calogero trova la sua libertà. Nella libertà trova la magia.
Così egli diventa ogni cosa che crede di vedere, ogni cosa che pensa di essere, e sembra chiedere al pubblico: “E tu chi sei? E io chi sono? Ooooh! Guarda! Tutte queste cose posso essere! Chi sono? Sono ogni singola onda del mare o l’abbraccio grosso dell’acqua che infrange la bruma addosso ai sassi? Chi sono io? Cosa voglio essere adesso? E un minuto dopo? Cosa posso essere un minuto dopo? Sono il mare o il respiro che lo muove? E tu chi sei? Chi vuoi essere adesso? Il pescetto fragile che nella minaccia si gonfia ridicolo in una palla o un pesce cane? O sei un granchio panciuto che si mantiene allegro camminando di lato e non guarda indietro mai e neppure avanti e contento tagliuzza e divora quello che gli si affila di fianco? Allora, chi sei tu? Quale gioco fai? Quale magia? Sei una medusa morbida e fluttuante abbandonata senza resistenza e senza volontà e senza responsabilità a tutte le correnti? Quale illusione sei tu? Quale magia? Chi sei tu? Chi siete voi? Siete gli spettatori o siete i protagonisti? Chi fa la vostra storia?”. E sembra che dica, come suggerisce il mago, “Tu sei ciò che sei nella tua coscienza”.
Così in meno di quindici minuti sulla scena si defilano tutte le molteplici possibilità dell’essere. Calogero sperimenta le innumerevoli forme che il suo corpo riesce a guadagnare nello spazio infinito dell’illusione. Prima maldestro, ora elegante e morbido e preciso e addirittura audace. Sempre assolutamente presente a sé stesso.
Tanto presente da riuscire a trascinare il pubblico a sé come in un mantice, a sollevarlo dalle poltrone e a portarlo nel suo mare dell’illusione, nella sua grande magia.
Nardi non poteva che scegliere Emilio Celata per dare vita a Calogero Di Spelta. Interpretazione davvero magica la sua. Un attore con una capacità mimica rimarchevole e davvero fuori dal comune. Magnificamente in grado di interpretare, e quindi di essere, tutte le cose, probabilmente anche se stesso. Nella sua illusione Calogero è l’uomo padrone di tutte le cose. E questo probabilmente è l’uomo di Edoardo, l’uomo che Edoardo avrebbe amato, l’uomo libero dalle sue paure, libero di essere. Forse è questa la fede che Edoardo avrebbe voluto che fosse liberata dalla scatola.
Ma nella scatola chiusa c’è la responsabilità dell’azione. E allora Calogero non può che tornare a un incanto più triste. Quello dell’uomo senza fede. Vittima dell’inganno e artefice della sua sventura. Bestia agonizzante nella sua disperazione e re della sua trappola, genio della sua solitudine. Questo è l’uomo. Divorato dal dubbio ma con l’anima appesa al cappio di una certezza fragile. Questo è l’uomo senza fede.
Allora, cosa c’è nella scatola? La libertà di una donna o quella di un uomo? La fede o l’illusione? Il coraggio o la paura? La sorte o la responsabilità? O tutte queste cose assieme? Spettacolo encomiabile. Bravi. Bravissimi tutti. Ancora una volta, grazie ragazzi.
Elena Scarfagna Rossi
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