– “Uno scrittore creativo che trasforma parole e frasi in poesia”.
Così Luca Serianni, uno degli storici della lingua italiana più stimati, parla di Antonello Ricci e del suo nuovo libro “Fuori da dove”.
Il libro sarà presentato sabato 20 ottobre alle 18 al Museo della città e del territorio di Vetralla, in via di Porta Marchetta 2.
Di seguito la recensione di Luca Serianni.
Antonello Ricci ha al suo attivo un’intensa attività di saggista e di organizzatore culturale, incentrata sulla sua città: Viterbo. Un microcosmo del quale Ricci, con sensibilità di antropologo e sociologo, ha valorizzato i rapporti con la storia, in particolare quella più recente segnata dai grandi drammi del Novecento: il Fascismo, le guerre. Tutti temi che rifluiscono in varia misura anche nella sua attività di scrittore creativo.
“Fuori da dove”, un «racconto metricato» come si legge nel sottotitolo, è costituito di versi di varia lunghezza senza rime fisse, dal quinario all’endecasillabo: è la storia di un viaggio in auto da Viterbo a Siena, per riconoscere un vecchio ricoverato nell’Ospedale psichiatrico del quale sembravano essersi perse le tracce.
Siamo alla fine degli anni Novanta, sono passati vent’anni da quando la “legge Basaglia” ha decretato, tra non poche difficoltà e resistenze, la chiusura dei manicomi. La demenza del vecchio, di cui non sapremo il nome, è legata alle immagini della guerra e dei suoi massacri: “Sente schizzarsi addosso di continuo / fiotti di sangue / carne a brandelli / poltiglia ed interiora / di due commilitoni maciullati / da una granata / esplosa nella loro buca”.
La protagonista del viaggio è la nipote Anna, il cui nome compare nell’incipit del poemetto («Ora. / Riapri gli occhi, Anna»): con una soluzione che viola l’orizzonte d’attesa del lettore, avvezzo da molti secoli a identificare il nome femminile che apre una lirica con quello della donna amata dall’io poetante.
Ma Anna è un’ottantenne che una giovane nipote, alla guida dell’auto, accompagna in un viaggio che risveglia in lei lontani e allucinati ricordi familiari.
L’investimento poetico del testo è affidato al tema di fondo, carico di suggestioni simboliche (un viaggio che, di là dalla sua fisicità, è un viaggio della memoria), ma anche alle risorse espressive, che sole possono trasformare parole e frasi in poesia.
Ricci persegue una lingua media, senza sperimentalismi; si direbbe con una sorta di riserbo. Ma è un fondale in cui spiccano, e conseguono perciò immediata efficacia, singoli giochi linguistici (come la paronomasia «gli ocra della val d’Orcia») e alcune rilevate immagini figurali: pensiamo all’aspra metafora «rigurgitato / dal ventre più remoto dell’Opì», che dice dell’inopinata emersione di un vecchio sfigurato e inconsapevole, di cui nessuno si ricorda; o anche all’ampio paragone, di ascendenza pascoliana (Il lampo), che indica il ridestarsi del ricordo quando Anna sente pronunciare all’altro capo del telefono il nome dello zio: «Come quando una luce / divampa, lacerando il buio / per pochi istanti / punta i tuoi occhi, li ferisce / ti acceca e poi si spegne».
E si possono rilevare altre soluzioni notevoli: quasi alla fine del poemetto, la restituzione di un uomo, per quanto abbrutito, a una sua identità e a una sua storia familiare, è espressa con l’accostamento di due avverbi, infine e finalmente, che nell’italiano moderno hanno sviluppato una semantica contrastiva, indicando il primo una circostanza meramente temporale, il secondo la soddisfazione soggettiva per un evento desiderato o comunque giudicato positivamente: «un conto aperto che si chiude / infine. Finalmente».
Luca Serianni
Luca Serianni è professore ordinario di storia della lingua italiana all’università La Sapienza di Roma. Nel 2002 è stato insignito della laurea honoris causa dall’Università di Valladolid. È socio dell’Accademia della Crusca e di quella dei Lincei. Dal 2010 è vicepresidente della Società Dante Alighieri.
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