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De Mauro, 41 anni di verità nascoste

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Pipitone al "Salotto delle 6"

– Un silenzio importante, intenso, riflessivo, ha accompagnato l’incontro del “Salotto delle 6” dedicato a Mauro De Mauro: Giuseppe Pipitone e Vincenzo Vasile, affiatatissimi, hanno catturato l’attenzione del pubblico in sala sin dalle prime battute.

16 settembre 1970, sono passate da poco le 21 e De Mauro, cronista de “L’Ora”, parcheggia la sua Bmw sotto casa. La figlia Franca lo vede e lo saluta, poi si dirige verso l’ascensore col fidanzato. Passano i minuti e il padre non arriva; preoccupata, volge lo sguardo fuori dal portone e fa in tempo a vedere il padre salire con inquietanti figuri su un’altra auto. Ascolta un perentorio “amuninni”, poi la vettura scompare nel nulla. Con suo padre. Che avrebbe dovuto condurla all’altare due giorni dopo.

“Ho scritto di lui perché lo conosco – spiega Pipitone – , mio nonno mi raccontava la sua storia come fosse una favola, cattiva. Seguii il processo in Corte d’Assise a Palermo sul suo caso, una cosa vecchia di 40 anni ancora oggi insoluta. Un delitto ben fatto, non perfetto, perché il delitto perfetto non esiste. Un delitto infarcito di depistaggi dai piani alti. È stato un libro semplice da realizzare il mio, il personaggio è uno, che diventa il paradigma di tanti altri delitti, un noir in piena regola. Definirlo omicidio di mafia e basta è un escamotage, mafia e stato si compenetrano”.

Diretto, chiaro con la energica freschezza dei suoi 25 anni, l’autore del saggio “Il caso De Mauro”, edito da Editori internazionali riuniti.

Vincenzo Vasile, anni di giornalismo d’inchiesta consolidati in una pacatezza astuta, continua. “L’Italia  – racconta – scoprì dell’esistenza di De Mauro al momento della sua morte. Una storia di mafia, l’assassinio di un cronista che lavorava nell’unico giornale che si occupava veramente di criminalità organizzata, dall’altra parte della barricata. ‘L’Ora’ era una testata edita dal Pci ma sostanzialmente autonoma, libera. Risale al 1958 la prima inchiesta di mafia, cui partecipa un giornalista con una storia diversa, un ex fascista, proveniente dalla X Mas, uno sbandato, che entra nella comunità culturale della redazione. Uno dei titoli era ‘La mafia dà pane e sangue’, quell’inchiesta ruppe il silenzio, anche dei procuratori, che negli anni Settanta non pronunciavano ancora la parola mafia”.

Inevitabile il legame col caso Mattei, cui De Mauro lavorò negli ultimi quattro mesi della sua vita.

Focalizzò la sua indagine sugli ultimi due giorni dell’allora presidente dell’Eni su incarico del regista Francesco Rosi per il suo film. Nell’archivio di De Mauro, una volta scomparso, i poliziotti trovarono tutto ordinato per argomento, ma nella cartella con su scritto “petrolio” non c’era nulla, vuota. Un legame con Pasolini? Anche questa potrebbe essere una pista da seguire, visto che sia il poeta sia il giornalista ebbero tra le mani un libro, “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente”, di Giorgio Steimetz, una fonte in 500 copie, poi scomparsa.

La mafia è nata dalla trattativa con lo Stato, afferma Vasile; se non vogliamo risalire a metà Ottocento, andiamo al dopoguerra, a Salvatore Giuliano e al falso rapporto dei carabinieri. Un certo apparato dello Stato ha convissuto e trattato con la criminalità organizzata, indubbiamente. Fanno eccezione quei personaggi liberi, come De Mauro, un mostro nella professione, modernissimo nella scrittura, un giornalista d’eccezione.

Il ruolo di Verzotto, “amico” di De Mauro, forse un giuda, sottolinea Pipitone; il ruolo dell’avvocato Vito Guarrasi, già in rapporti con Mattei; il ruolo di Bruno Contrada. Nessi, legami, contatti, ricatti. Verzotto è morto senza raccontarci tutto, oggi sarebbe stato inquisito e condannato, come mandante. Questo ci dicono i due ospiti di Pasquale Bottone.

Il caso Mattei è nodale, si sofferma ancora Vasile, perché del vero movente, quello più complesso, con attorno interessi e protagonisti “altri” legati al golpe Borghese, poteva accorgersi solo De Mauro, lo scaltro De Mauro, lo spregiudicato De Mauro.

Più cauta la posizione di Pipitone a riguardo, che si chiede come mai il giornalista non abbia mai fatto parola con nessuno del golpe Borghese, mentre di Mattei parla tanto.

Ricatti, depistaggi, occultamenti la fanno da padroni in questo, come in tanti altri delitti eccellenti in attesa di verità. Ma la verità giudiziaria, quella degli atti, non coincide con la verità storica.

Ancora tanti particolari sul caso, tutti raccolti nel bel saggio di Pipitone.

Bottone riporta i due giornalisti-scrittori al presente, alle votazioni in Sicilia. Per Pipitone la mafia non si schiera a priori, e il voto dalle carceri è questione relativa, visto che i detenuti del 41 bis si trovano da Roma in su, e non votano. Si è veramente astenuta la mafia dal voto? Sembra che gli equilibri di potere siano cambiati per poi non cambiare.

È Vasile a concludere: “La mafia e il potere politico hanno adattato ai voti elettorali i modi per interferire, non è più questione di compravendita del voto, ma di spalmare i nomi giusti su diverse liste. La mafia non si è astenuta. Sta semplicemente pensando al domani”.


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14 novembre, 2012

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