![]() Francesco Mattioli |
– Qualsiasi progetto di amministrazione di un Comune non sarà mai una vera novità; perché nelle funzioni dell’Ente Locale gli aspetti pratici, operativi prevalgono su quelli ideologici. E’ sufficiente guardarsi indietro, andarsi a rileggere i programmi esposti dalle coalizioni contrapposte nelle precedenti tornate elettorali: chi è che non ha parlato di occupazione, di centro storico, di cultura, di lavoro? Persino sul famigerato aeroporto quasi tutti gli schieramenti si era dichiarati favorevoli, almeno inizialmente, quando ancora non erano sorte le prime reali difficoltà.
E allora? Su quali programmi il cittadino dovrà basarsi, per scegliere? Continuerà a dare voti di bandiera, a prescindere dai programmi, perché chi sta a sinistra vota comunque a sinistra e chi sta a destra, vota comunque a destra? Di certo, mai come oggi lo zoccolo duro degli elettori dei partiti si è assottigliato: gli elettori vogliono vedere le carte, non accettano bluff. Anzi, è già tanto se vanno a votare, disillusi come sono. Se nel complesso qualsiasi progetto politico locale tenderà ad occuparsi più o meno delle stesse cose, quel che distinguerà l’uno dall’altro saranno le priorità.
Come si stabiliscono certe priorità? Ci sono due possibilità: o su base ideologica, cioè accordando ad alcuni aspetti un valore assoluto, superiore agli altri, oppure registrando quali problemi siano rimasti insoluti negli ultimi anni, quali siano i più urgenti, quali siano le aspettative della popolazione. La prima opzione ha il pregio di esprimere una sua coerenza interna, ma rischia di imporsi dall’alto, di non riconoscere le reali esigenze della maggioranza della gente. La seconda opzione parte invece dal basso, dai problemi concreti, con l’intento non tanto di rispettare un programma con la P maiuscola, ma di definire un progetto effettivamente realizzabile sulla base delle risorse disponibili e, soprattutto, delle esigenze più diffuse tra la popolazione.
Da sociologo, non posso che optare per la seconda soluzione. E, allora, fidando di un lunghissimi elenco di problemi emersi a Viterbo negli ultimi anni, ecco quali potrebbero essere le priorità, in ordine di importanza. Ma prima di fornirne il quadro, sono necessari un chiarimento e un avvertimento.
Il chiarimento: anche se certi problemi vengono posti in graduatoria, spesso sono collegati fra loro e quindi strettamente conseguenti.
L’avvertimento: una amministrazione civica ha il dovere non solo di offrire ai cittadini il benessere materiale ma anche di assicurare loro la dignità di esseri umani. E questo prerequisito già contribuisce a comporre la graduatoria.
• Tutelare la dignità dei cittadini
Innanzitutto va tutelata la dignità dei cittadini, come giovani, anziani, adulti, uomini, donne, di qualsiasi origine. Ciò significa che il primo e più importante impegno del Comune dovrà riguardare il rispetto dell’individuo e dei suoi bisogni fondamentali. Questo obiettivo si realizza attraverso i servizi sociali: asili, scuole, sport ed educazione, dialogo con le nuove generazioni, diritto alla sanità, spazi di aggregazione, abbattimento delle barriere architettoniche, sostegno agli anziani, aiuto ai bisognosi a qualsiasi titolo: perché se c’è un solo emarginato in città che non può vivere a pieno la sua vita di cittadino, la pubblica amministrazione ha già fallito. L’assessorato alle politiche sociali e ai servizi assume quindi una funzione cruciale: lì si misurerà il grado di civiltà di una amministrazione locale.
• Vivere, non sopravvivere
Il secondo impegno deve essere per il lavoro. A cui ovviamente si agganciano tante altre priorità collaterali. Ma vediamo come stanno le cose in città: l’economia di Viterbo si fonda sul commercio, sul turismo e sull’industria edilizia con il suo sterminato indotto. Ciò significa che il Comune deve sostenere l’impresa commerciale ai vari livelli, consentendo la convivenza della piccola e della grande distribuzione, incentivando e aiutando le attività commerciali che si svolgono nel centro storico attraverso provvedimenti mirati. Inoltre, è necessario trasformare la vocazione turistica della Città in volano di sviluppo: ma per davvero, cioè introducendo elementi di razionalità e soprattutto di professionalità.
Un discorso a parte merita l’industria edilizia: sbocco occupazionale privilegiato in ambito industriale e artigianale, ma anche causa di forti criticità ambientali. E’ necessario introdurre certezze: ad esempio, un nuovo piano regolatore, pianificando e indirizzando le attività costruttive non su una cementificazione selvaggia, ma attraverso il recupero edilizio, l’edilizia popolare e agevolata, l’edilizia ecosostenibile, l’espansione armonica del tessuto abitativo e produttivo della Città. In ogni caso, il lavoro – come recita la Costituzione Italiana – è il fondamento della nostra società ed è la chiave di volta del benessere economico e spirituale, perché garantisce la dignità dell’individuo e del suo futuro.
• Città d’arte e cultura
Si fa presto a dire Viterbo Città d’arte e cultura. Di certo, le potenzialità ci sono e vanno sfruttate al meglio. Che significa fare arte e cultura? Probabilmente significa avere il coraggio di sacrificare la quantità alla qualità, indirizzando le risorse pubbliche ad eventi che abbiano il duplice scopo di riallineare la città agli standard culturali più evoluti a livello nazionale e internazionale e di creare forti attrattori turistici.
Come città d’arte e cultura Viterbo ha sempre meno bisogno di sagre del pecorino per visitatori mordi e fuggi provenienti dai paesi della provincia, e sempre più di veri turisti, con le loro presenze alberghiere, che scelgono la città per la specificità delle sue offerte turistico-culturali. Tuttavia se la cultura non è solo strumento di crescita economica, ma anche di crescita interiore, è necessario che gli eventi coinvolgano i cittadini, che si aprano alle più svariate esigenze di categorie sociali differenti: quindi, messaggi di qualità sì, ma anche messaggi che spazino a trecentosessanta gradi nel mondo dell’arte e della cultura, che si aprano alla provocazione, alla sperimentazione e, soprattutto, alle vocazioni del territorio. E che sia una cultura veramente formativa: capace di coinvolgere i giovani sui valori e sulla qualità.
• Ambiente e qualità della vita
Il quarto punto è l’ambiente. In senso lato. Meno inquinamento: la necessità di una effettiva chiusura del centro storico, almeno di quello di pregio, ma che sia in grado di valorizzare le risorse economiche e sociali del centro piuttosto che mortificarle; l’incentivazione di piste ciclabili; la piena utilizzazione, anzi l’incremento dell’uso del trasporto pubblico, anche attraverso sistemi di dissuasione nei confronti del mezzo privato.
Più verde: riqualificare gli spazi verdi, come punto di aggregazione, di godimento estetico dell’ambiente, ma anche come fiore all’occhiello della città per abitanti e forestieri. Più igiene: qualificando la raccolta differenziata, garantendo la manutenzione degli spazi pubblici, colpendo i comportamenti incivili. Più sicurezza: che significa più controlli, non solo nei confronti della criminalità, ma anche nei confronti i quei comportamenti incivili che degradano la città e la convivenza civica. E, attenzione: sicurezza significa anche “messa in sicurezza” delle strade.
• Etica della politica
C’è un quinto punto, che è tanto ovvio da non potersi considerare una parte del programma, quanto piuttosto un imperativo etico: amministrare con onestà, dedizione, sacrificio, competenza. Recentemente, in Italia tutto ciò è stato considerato un optional, perché alla politica hanno finito per avvicinarsi soprattutto coloro che volevano trarne qualche vantaggio personale. Questa concezione della strumentalizzazione personale dell’impegno politico va estirpata per sempre. Ci sono molti amministratori e politici viterbesi che ci credono e ci hanno creduto; a loro possiamo affidare il governo della Città, assieme ad altri cittadini e cittadine di buona volontà. Ma solo a loro, perché l’epoca delle caste deve finire.
C’è poi un altro aspetto non secondario: se si deve amministrare una città in cui si vive, è necessario che tra maggioranza e minoranza, pur nel rispetto dei ruoli, si crei una capacità di lavorare insieme, senza reciproche demonizzazioni. Sperare che chi governa fallisca per poter cavalcare lo scontento e salire al potere sulle macerie dell’avversario è folle, è immorale e, soprattutto, non porta vantaggi alla città; il qualunquismo e il populismo non aspettano altro. Ma d’altronde, governare perché si hanno i numeri, disprezzando per principio ciò che proviene dalla minoranza, considerata come una inevitabile iattura piuttosto che come utile termine di confronto, di dialogo e di verifica, è indegno della democrazia, è cieco delirio di onnipotenza o, peggio, escamotage per poter proteggere le proprie riserve di caccia.
• Risorse finanziarie
Spesso i programmi sono belli, ma non sempre possono essere realizzati pienamente: mancano le risorse e i Comuni in questi anni ne avranno forse ancor meno che in passato. La graduatoria delle priorità serve ad affrontare progressivamente i vari problemi; ma siccome tutti gli obiettivi meritano di essere conseguiti, è necessario attivare strategie volte al reperimento di risorse finanziarie.
Se un programma è condiviso dai cittadini, se risponde alle loro esigenze, si può anche chiamare i cittadini a contribuire, a fare dei sacrifici: ma questo si può realizzare solo se c’è, appunto, una condivisione degli obiettivi e dei metodi per raggiungerli. Inoltre, occorre specializzare le capacità di attingere non solo ai fondi europei, ma anche al privato: dove non arriva il pubblico, si chieda al privato di impegnarsi, concedendogli le giuste opportunità: la demonizzazione dell’interesse privato, in una società pluralista, è inaccettabile ed è controproducente per gli interessi della collettività.
Francesco Mattioli
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