![]() Il Paolo Savi |
Riceviamo e pubblichiamo – Questa è la stagione in cui, parallelamente al dibattito politico sulla legge di stabilità studenti, corpo docente e personale tutto della scuola manifestano per problemi vecchi e nuovi.
Noi docenti dell’Itc Paolo Savi prendiamo atto che il comportamento dei nostri studenti durante i giorni di autogestione è stato degno di encomio per la correttezza e il senso civico dimostrati. Ci auguriamo che questo momento diverso rispetto alla routine scolastica abbia facilitato una maturazione personale e una riflessione critica sulla loro condizione giovanile, in modo libero da steccati ideologici e falsa demagogia.
Noi adulti, personale della scuola siamo coscienti che, spente come ogni anno le luci sulla ribalta del pianeta scuola, esso torna nel dimenticatoio o preda di pregiudizi e luoghi comuni.
Il provvedimento odiosissimo delle 24 ore settimanali, momentaneamente ritirato, non avrebbe integrato un orario di 18 ore, ma trasformato ulteriormente i docenti in servizio in badanti di massa.
I docenti lavorano già almeno 18 ore in classe, ma hanno l’obbligo di destinare un minimo di 40 più 40 ore per riunioni di carattere collegiale e rapporti con le famiglie. La preparazione e la valutazione delle attività didattiche, che oggi vengono svolte anche in forma multimediale, è un lavoro sommerso che molti al di fuori ignorano o fingono di ignorare.
Il docente, nell’immaginario collettivo è un soggetto imbalsamato e seduto in cattedra che continua a riprodurre nozioni apprese all’università e mai più aggiornate! Al contrario questa professione è caratterizzata da un aggiornamento continuo che molto spesso viene condotto a spese proprie e senza la possibilità di permessi a causa della carenza di personale di sostituzione nelle classi.
Le 24 ore non avrebbero “ufficializzato” un lavoro sommerso, ma tolto opportunità a docenti precari. Avrebbero sottratto inoltre tempo al lavoro mirato a singole classi e singoli studenti. Si tratta di un lavoro già quasi impari, date le classi oceaniche di 30-32 studenti.
Ci viene chiesto di non essere semplicemente “riproduttori di cultura” ma produttori di cultura e innovazione con i nostri ragazzi e il territorio circostante, ma poi il nostro lavoro viene equiparato a quelli manuali e ripetitivi.
Si è cercato per decenni di svilire la nostra professionalità, come se insegnare equivalesse a produrre a cottimo oggetti, quando invece il compenso di un professionista qualunque è determinato non solo e non tanto dalle ore di lavoro o dalle pagine di libro lette, ma dalla formazione culturale e dall’esperienza umana. Noi lavoriamo con le giovani generazioni e ci si aspetta da un educatore, per di più, di interagire con i sentimenti e i linguaggi dei ragazzi.
La rappresentanza sindacale unitaria e i docenti dell’Itc Paolo Savi – Viterbo
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