– Indubbiamente il teatro tenda costruito in piazza Unità d’Italia non è un prodigio architettonico: è una scatola di color marrone che denuncia in ogni suo dettaglio la velocità con cui è stata concepita, la scelta di risparmio che ha sovrinteso alla sua progettazione, e la precarietà contrattuale della sua esistenza destinata a scomparire in pochi mesi.
E’ una bella struttura? No, non lo è affatto, a mio parere. Ma in tema di estetica ogni parere personale scatena una reazione uguale e contraria: a me non piace nemmeno la serialità di certe palazzine costruite nel corso degli anni nella periferia viterbese, e non ho neppure la soddisfazione di poter pensare che queste saranno smantellate nel giro di pochi mesi, come avverrà per il teatro tenda.
Ci saranno persone pronte a difendere sia la bellezza estetica del teatro tenda sia quella delle palazzine, e ci sarà perfino chi difenderà a spada tratta la qualità artistica di certi monumenti moderni che funestano la nostra città dichiarando che sono inoppugnabilmente bellissimi, mentre a me continueranno a dare il voltastomaco ogni volta che mi capiti di passarci davanti (soprattutto quando mi venga in mente il prezzo pagato dalle nostre tasche per la realizzazione di alcuni di essi) e anche in questo caso senza la soddisfazione di immaginarne un futuro smantellamento.
Dunque affermo che a me, personalmente, il teatro tenda esteticamente non piace. Mi consola il fatto che la sua costruzione non insiste su uno dei luoghi più pregevoli a nostra disposizione: con tutta la buona volontà, non capisco davvero come si possa dire che abbia deturpato il paesaggio. L’avessero costruito all’interno di San Pellegrino, capirei. Ma “deturpare un parcheggio”, non so, mi sembra una battuta che non userebbero neppure nei dialoghi di un cinepanettone.
E però, il teatro tenda (sia pur immaginato in fretta e furia) assolve a una carenza sostanziale della nostra città: quella di spazi dove far spettacolo. Certo, si poteva forse immaginare – come auspicato da alcuni – una gestione differente, un progetto condiviso. Magari anche, vocabolo caduto piuttosto in disuso, un’autogestione. Chissà.
Certo, se ne poteva immaginare anche l’ubicazione in uno spazio periferico, nel tentativo di riqualificare certi quartieri dormitorio che non danno l’impressione di avere una gran ragione di esistere se non occulta (o palese, per chi mastichi voci di sottobosco).
Certo, per tutta la gestione della cultura viterbese, si potrebbe e si dovrebbe auspicare una politica di trasparenza e di collaborazione sinergica e progettuale con le realtà locali. Perché, diciamocelo francamente, il sito del Comune di Viterbo non è di facilissima navigabilità, i bandi non sono di semplicissima reperibilità e spesso sono anche pubblicati a immediato ridosso della loro esecutività (ad esempio quello sugli insegnanti della scuola musicale di cui si sapeva poco o nulla, o quello per le festività natalizie pubblicato in novembre) penalizzando qualsiasi tipo di progettualità che abbia un minimo di logica e di senso comune e che non dia l’impressione di “annamo, famo”.
Eppure esiste, e io sono felice che esista, un posto dove le realtà locali (sempre che lo vogliano) possono far spettacolo. Benedetti loro che insistono a voler far spettacolo, perché ho visto gente ritrarsi di fronte ai cinque euro di biglietto d’ingresso usando le scuse più strampalate come “mo’ ci penso” oppure “uh, non ho portato il portafoglio”. Cinque euro signori. Il prezzo di un gratta e vinci o di un pacchetto di sigarette. Cinque euro che vanno a coprire il prezzo del riscaldamento e, se ne avanzassero, a rimborso delle spese vive di chi viaggia per venire fin da noi a fare spettacolo. Il resto va in beneficenza.
Non vorrei che passasse il messaggio populista che vuole che l’ offerta culturale sia sempre e comunque gratuita. L’arte si paga, signore e signori, se non con il vostro biglietto d’ingresso, con le vostre tasse sotto forma di sovvenzione statale, provinciale o comunale. Comunque si paga, sempre.
E’ senza dubbio molto pittoresco pensare che i teatranti siano un gruppo di guitti che fanno spettacolo per il solo piacere di farlo, ma nella realtà dei fatti si tratta di gente comune che paga le bollette, il mutuo, che fa la spesa come tutti, e che nel caso del teatro amatoriale si accolla anche le spese di scene, costumi, luci. E cinque euro, il prezzo chiesto dal teatro tenda, non sono davvero nulla.
E certo, si poteva anche immaginare una pubblicità maggiore per gli eventi proposti dal teatro tenda. Non c’è un manifesto, non una locandina. Forse sarò un inguaribile sognatore, ma sarebbe stato bello se la società concessionaria della pubblicità a Viterbo avesse offerto gratuitamente alcuni dei suoi spazi per questa iniziativa. Se una società grafica, magari una società abituata a collaborare col Comune, avesse detto “sì, ci credo, vi regalo i manifesti”.
Perché la chiave di una città migliore sta nella collaborazione: se davvero vogliamo che Viterbo si desti dal suo atavico sonno servono sinergia, progettualità. collaborazione e voglia di fare “insieme”. Da qualsiasi parte e di qualsiasi colore: sia da parte delle amministrazioni che da parte dei cittadini.
Stare in quinta a criticare è uno sport nazionale ed è anche piuttosto semplice. Il critico, secondo una vecchia e cinica definizione cara a noi teatranti, è come l’eunuco: crede di sapere come si fa, guarda mentre altri lo fanno, giudica, ma in fin dei conti quando si tratta di farlo lui i nodi vengono al pettine.
Detto questo “piuttosto che niente, meglio piuttosto”, diceva mio nonno, e quindi evviva il teatro tenda coi suoi pregi, coi suoi difetti, con le sue potenzialità realizzate e irrealizzate, piuttosto che il nulla assoluto che lo ha preceduto.
In attesa, beninteso, di tempi migliori che vanno costruiti insieme.
Alfonso Antoniozzi
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