– La maxi inchiesta Asl approda in aula.
Inizia stamattina l’udienza preliminare per l’appaltopoli all’azienda sanitaria viterbese.
Una trentina gli imputati, tra dirigenti della Asl, imprenditori e presunte ditte predestinate, che avrebbero barattato tangenti e consenso politico con appalti milionari.
Nel mirino la gestione di Giuseppe Aloisio, ex direttore generale della Asl, accusato di turbativa d’asta, corruzione, concussione, falso ideologico e abuso d’ufficio per fatti compresi tra il 2006 e il 2009. Per lui, il suo consulente Mauro Paoloni e gli imprenditori Roberto Angelucci e Gianluca Parroccini la procura chiese l’arresto a indagini inoltrate, incassando il doppio no del gip e del Riesame.
Nel calderone Asl c’è di tutto. Appalti in cambio di mazzette o di assunzioni pilotate. Ma anche ricche consulenze tuttora all’esame della Corte dei conti, per un presunto danno erariale da sei milioni e mezzo di euro. La procura parla di incarichi spalmati tra alcuni professionisti, ma soprattutto tra indagati, consorti e figli.
E, infine, la mega truffa contestata agli imprenditori Roberto e Fabio Angelucci, padre e figlio, presidente e vicepresidente del gruppo RoRi. La società è titolare della clinica Santa Teresa, sulla Tuscanese, e della casa di cura Cra di Nepi. Solo con la riabilitazione al Cra, gli Angelucci avrebbero truffato, secondo gli imquirenti, una cifra superiore a venti milioni di euro, sotto forma di rimborsi gonfiati. Quanto alla Santa Teresa, invece, i centri di diabetologia e fisiochinesiterapia sarebbero stati istituiti senza le dovute autorizzazioni regionali.
Un’inchiesta complessa, portata avanti per tre anni dalla procura di Viterbo, che sul caso ha impegnato tre magistrati: Fabrizio Tucci, Stefano D’Arma e Laura Centofanti, poi trasferita a Rieti. Si parla di quaranta faldoni di atti e 34 soggetti imputati, tra persone (24) e società (10). Senza contare il troncone romano dell’inchiesta, già incardinato e a sé stante, e le posizioni che andranno avanti avanti per la loro strada, come quelle degli imprenditori Michele Di Mario, Massimo Ceccarelli e Tommaso Rossi, in attesa di patteggiamento, o la vicenda dell’impiegata del tribunale e del carabiniere, che avrebbero scoperto e rivelato notizie riservate sugli indagati.
Due i filoni del troncone originario. Gli avvocati potrebbero chiedere al gup Ghedini Ferri di riunirli, a patto che l’udienza si svolga. Non sarebbe la prima volta che un maxi processo salta per un cavillo. Basterebbe una notifica sbagliata. Ma i tempi stringono anche stavolta: per i reati più vecchi la prescrizione è dietro l’angolo.
La Regione Lazio è intenzionata a costituirsi parte civile.
Gli avvocati promettono eccezioni a valanga: sulle intercettazioni, sulle proroghe delle indagini e sui capi di imputazione. Se l’udienza si farà, insomma, non sarà né semplice né breve.
Stefania Moretti



