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Economia e lavoro al tempo della crisi - La riflessione del docente dell'Università della Tuscia sul mondo dell'occupazione italiana

Mancano i laureati o manca il lavoro?

di Alessandro Ruggieri Direttore del dipartimento di Economia e impresa – Università della Tuscia
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Alessandro Ruggieri

Alessandro Ruggieri

– Cosa manca per riallineare la domanda e l’offerta di lavoro?

Se da un lato le strategie con cui i Paesi avanzati devono rispondere alla sfida della globalizzazione sono collegate a un maggiore ricorso a politiche orientate all’innovazione, alla ricerca, alla qualità di prodotti e servizi e alla tutela dell’ambiente, con un conseguente innalzamento del livello delle competenze e delle conoscenze richieste, dall’altro, se confrontiamo questa prospettiva con la situazione attuale, con particolare riferimento al nostro Paese, nasce qualche interrogativo.

Il tasso di disoccupazione a oggi in Italia è pari a circa l’11%, molti giovani laureati trovano difficoltà a entrare nel mercato del lavoro e il tasso di passaggio dalla scuola secondaria all’università negli ultimi 10 anni è sceso dal 73% al 61%, con un calo complessivo di circa 50mila unità, denotando una riduzione della fiducia verso la capacità dell’università di costruire un futuro per i giovani.

Tuttavia di recente alcune ricerche hanno messo in evidenza come nel futuro ci dovrebbe essere un disallineamento tra domanda e offerta di laureati, per cui nelle economie avanzate potrebbero mancare dai 16 ai 18 milioni di laureati.

Come si spiega questa divergenza tra contesto attuale e prospettive?

Innanzitutto occorre prendere in considerazione le scelte operate dal sistema imprenditoriale. Svolgimento di mansioni non coerenti con la formazione, dimensione sostanzialmente medio-piccola delle imprese, con una forte componente familiare, scarsi investimenti in innovazione e ricerca, sono tutte ragioni che non favoriscono un adeguato collocamento dei laureati.

Ovviamente le cause non vanno ricercate tutte nelle scelte delle imprese. Anche l’università, per molto tempo isolata nella sua autoreferenzialità, non ha favorito il passaggio dallo studio al mondo del lavoro: corsi di studio poco aderenti alle esigenze delle imprese, limitato collegamento con il mondo del lavoro durante e dopo gli studi, scarsa attenzione al placement.

Esistono poi dei problemi di natura sistemica, legati alla ridotta flessibilità del mercato del lavoro e alle poche incentivazioni per le imprese che assumono giovani laureati.

Cosa occorre fare dunque? Il ragionamento dovrebbe procedere su due piani. È chiaro che, come per altre questioni, il superamento dell’attuale contesto di crisi favorirebbe anche la ripresa delle assunzioni, ma su questo giocano interventi di politica economica e industriale finalizzati non solo al lavoro.

Esiste poi un altro piano, che tocca più concretamente gli attori del processo coinvolti nella domanda e nell’offerta di lavoro.

Innanzitutto l’elemento fondamentale è rafforzare la relazione tra università e imprese, attraverso meccanismi che istituzionalizzino il rapporto e lo rendano costante nel tempo.

Progettare corsi e attività comuni, su indicazioni opportunamente pesate che arrivino dalle imprese, può portare come conseguenza a maggiori opportunità per i giovani. L’inserimento delle aziende nel percorso formativo sotto diverse forme, testimonianze, tirocini, attività pratiche, non può che favorire la creazione di un clima di fiducia e collaborazione, e dare agli studenti quell’insieme di conoscenze pratiche e di abilità sempre richiesto nella fase di selezione ma che spesso lo studente non riesce a costruire nel percorso formativo.

Da questo punto di vista il sistema universitario sta compiendo numerosi passi in avanti; l’autoreferenzialità ha lasciato il campo alla valutazione di parte terza, ed oggi i corsi universitari sono sottoposti a un processo di accreditamento molto rigoroso.

Il sistema delle imprese dovrebbe credere di più nei laureati, offrendo soprattutto, al di là di un equo compenso, una prospettiva di crescita professionale.

Il sistema del lavoro andrebbe adeguatamente supportato con concreti meccanismi di incentivazione volti a favorire innovazione e ricerca.

Inoltre occorre incentivare i giovani che studiano, premiando i migliori e riprogettando un sistema di aiuti per i più deboli.

Anche i giovani dovrebbero ovviamente fare la loro parte, accettando il passaggio dall’università al lavoro con più umiltà, consapevoli che le difficoltà di una fase iniziale saranno premiate in futuro.

Ma occorre soprattutto un cambiamento culturale nella società da parte di tutti, famiglie, scuola, studenti, imprese, cittadini, per restituire allo studio e alla competenza la dignità e il valore che devono avere in un Paese che troppo spesso non valorizza adeguatamente il merito, demotivando chi invece ha intrapreso il percorso del sacrifico e dello studio.

Alessandro Ruggieri
Direttore del dipartimento di Economia e impresa – Università della Tuscia


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8 febbraio, 2013

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