![]() Luciano Dottarelli |
Riceviamo e pubblichiamo – Se dovessi ricercare un tratto unificante nella personalità poliedrica di Mario Alighiero Manacorda, scomparso ieri all’età di 98 anni, non potrei che insistere sul suo rigore di uomo e di studioso, sul suo fastidio per la superficialità e la sciatterìa intellettuale che, nel suo carattere amabile, sapeva spesso assumere la forma divertita della pignoleria scherzosa.
Di questa intransigenza culturale e politica sono testimonianza non solo l’autorevolezza dei suoi contributi scientifici, la limpidità della sua carriera accademica e – soprattutto negli ultimi anni, la ferma battaglia per la laicità della scuola – ma perfino la stessa puntigliosità con cui ci teneva a qualificarsi come “storico dell’educazione” e non “pedagogista”.
Dietro quest’ultimo scrupolo c’era certamente qualcosa di più di una volontà di delimitare correttamente il proprio ambito d’interesse culturale e professionale. C’era anche un riverbero indiretto di alcune componenti fondamentali della sua concezione dell’educazione: un’avversione per quello che lui chiamava il perdurante “sadismo educativo” che mortifica la spontaneità e la gioia dell’apprendere nei giovani, l’idea gramsciana di una “società educante” a criticare la separatezza della scuola dal mondo della vita e del lavoro, l’esigenza di una educazione integrale che, oltre alla dimensione cognitiva, valorizzasse anche la dimensione sociale e l’espressività corporea, tecnica ed artistica.
In particolare questa visione dell’educazione costituiva il filo conduttore del suo lavoro di storico della pedagogia, impegnato a ricongiungere la nuova prospettiva umanistica di Marx e di Gramsci con la tradizione della paideia greco-romana, confluita nell’ideale rinascimentale della formazione onnilaterale dell’uomo.
Quest’ ideale educativo Mario Alighiero Manacorda ha saputo non solo promuoverlo pubblicamente con il suo impegno politico-culturale (in particolare contribuendo ad ispirare la riforma della scuola media unica in Italia), ma anche personalmente incarnarlo con la complessità e la varietà dei suoi interessi culturali, che andavano dalla storia della letteratura alla religione, alla linguistica.
E’ da un libro del Manacorda “linguista” che mi piace trarre un esempio di quella che ho ricordato come la sua amabile pignoleria.
Nel libro Il linguaggio televisivo ovvero la folle anadiplosi, in cui intende castigare la sciatterìa linguistica propria del linguaggio dei nostri tempi, Manacorda riporta il caso della scomparsa dell’accento dal “sì” (avverbio affermativo). Un fenomeno linguistico che ebbe la sua “apoteosi” nel corso della campagna referendaria per il divorzio del 1974, quando l’accento sparì persino nella scheda elettorale.
L’ultimo sussulto vitale – ricorda il libro – il “sì” con l’accento lo ebbe il 6 febbraio 1979 nella seduta di un consiglio comunale ad opera di un consigliere che fece dichiarare nulla e poi ripetere una votazione segreta perché sulle schede il “sì” era stato scritto senza l’accento dovuto.
Il consiglio comunale era quello di Bolsena, il consigliere comunale (di minoranza) era Mario Alighiero Manacorda, che nel libro commenta: “Non so se il consigliere M. sia stato spiritoso: ma il sindaco e gli altri consiglieri lo sono stati sicuramente, ad accettare senza batter ciglio le sue pignolerie grammaticali!”
Luciano Dottarelli
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