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Cultura - Un nuovo rapporto tra ateneo e città per crescere

Viterbo città universitaria? Basta slogan

di Filippo Rossi
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<p>Filippo Rossi</p>

Riceviamo e pubblichiamo – Viterbo città universitaria? Non può essere solo uno slogan. E “universitaria” non può essere solo un aggettivo, uno tra i tanti che politici pigri tirano fuori dal cilindro giusto per far intendere di avere un qualche progetto in serbo. Viterbo città universitaria è, invece, un’occasione storica di trasformazione sociale ed economica, di progresso collettivo e condiviso.

La progressiva riduzione delle disponibilità finanziarie del Comune sta trascinando la città verso un evidente quanto intollerabile stato di degrado. Mancano i fondi, è vero. Ma non mancano le risorse: ideali, culturali, creative.

Quel che serve, allora, è un patto tra Comune e Università in nome del bene comune. Un patto sempre annunciato e mai sottoscritto. Un patto con cui inaugurare una collaborazione continua, attiva e fattiva. E sarebbe interessante l’esperimento di affiancare a ogni assessorato, settore o servizio, un esperto universitario (con un suo eventuale team) che collabori, a titolo rigorosamente gratuito, alla stesura dei piani di sviluppo e gestione.

Purtroppo Viterbo ha considerato l’università da una parte come una struttura al servizio non dei cittadini – e quindi da valorizzare in quanto tale – ma del potere politico locale; dall’altra come una potenziale minaccia per alcuni interessi locali ormai consolidati nei decenni. È questo, solo per fare un esempio, uno dei motivi per cui qualsiasi tentativo dell’Università di partecipare alla gestione o manutenzione del verde cittadino è stato sempre osteggiato. L’ateneo, per contro, non è mai riuscito a trovare il giusto percorso per collegarsi con le esigue “centrali culturali” del capoluogo, anche perché molti docenti hanno deciso di non risiedere in una città considerata solo come luogo di lavoro. Allo stesso tempo, va dato atto all’attuale Rettore di essere stato capace di resistere in tutti i modi ai pressanti tentativi della politica locale di infiltrarsi nell’Università: Mancini sa che dove entrano i partiti politici, l’università va in crisi. E il motivo è ovvio: i partiti tendono all’omologazione ideologico-culturale, e dove ciò avviene la cultura, che non può essere fatta schiava e vivere in schiavitù, muore.

Questa consapevolezza deve continuare a essere il riferimento cardinale per l’Università della Tuscia: i politici, vecchi e nuovi, devono starne fuori.

D’altra parte, l’ateneo viterbese è ricco di tante eccellenze, il più delle volte poco note, che possono costituire per un’amministrazione comunale che abbia la voglia e la capacità di valorizzarle, il nerbo di una politica culturale di ampio respiro. Sono tanti, infatti, i settori in cui l’università può contribuire fattivamente al miglioramento della qualità della vita cittadina.

Nel campo della sostenibilità ambientale, innanzitutto. Vi sono, ad esempio, le competenze per intervenire nella depurazione e riciclo delle acque con metodi ecocompatibili basati sull’impiego delle piante, e si potrebbe progettare il recupero dell’Urcionio, a partire dalla cinta muraria verso Castel d’Asso. Oppure intervenire per il miglioramento della raccolta differenziata con riciclo locale delle frazioni secche e umide secondo tecnologie nuove e convenienti.

Il settore del verde pubblico ha già visto l’università offrire a titolo gratuito al Comune un piano per la valorizzazione di Prato Giardino che, ancorché presentato pubblicamente dagli amministratori comunali, non è stato mai realizzato. Egualmente, è pronto il progetto di massima per le passeggiate verdi didattico-ricreative nella città e dintorni. Questo, insieme con il piano regolatore del verde pubblico, porterebbe a una rete di percorsi che potrebbe estendersi da una parte fino all’Arcionello, dall’altra fino a Castel d’Asso creando le premesse “urbane” per lo sviluppo dell’ecoturismo (parola ancora poco nota nel Viterbese e che, invece, rappresenta la scommessa dell’offerta turistica del futuro) e il nodo centrale delle “ecovie” che dovrebbero dipanarsi per tutta la provincia.

Castel d’Asso, in particolare, prima stazione di un’importante ecovia, potrebbe diventare un grandissimo parco archeologico, didattico e di sperimentazione, con caratteristiche uniche in Italia. L’Università, peraltro, ha già progettato una pista ciclabile che dalla città porta a Castel d’Asso, così come ha realizzato il catasto di gran parte delle strade rurali del comune con i relativi piani di miglioramento/valorizzazione. In quest’ottica si deve pensare, e l’università della Tuscia ha le competenze per farlo, a una vera e propria pianificazione ecologica del territorio comunale e parallelamente al restauro ambientale delle aree più degradate. Tutto questo in attesa di un piano regolatore generale che l’Ateneo non ha le specialità per redigere direttamente, pur possedendo tutti i collegamenti necessari perché il tema possa essere svolto ai massimi livelli. È quasi superfluo parlare del Parco termale annesso all’Orto Botanico, per il quale l’Università ha già realizzato qualche piccolo intervento, o della gestione del patrimonio agro-forestale del Comune sul quale non vi sarebbero difficoltà per un’azione immediata.

Ma vi sono anche piccoli campi d’intervento, poco noti ai cittadini, sui quali l’Università ha già presentato al comune dei progetti (sempre a titolo gratuito) o addirittura si è già mossa: la realizzazione di una scuola di giardinaggio per i bambini e i ragazzi della scuola dell’obbligo, il sostegno (collaborazione già avviata da anni con alcune scuole) ai giovani disagiati attraverso l’agricoltura e la vivaistica sociale, la progettazione di orti e frutteti sociali a favore dei meno abbienti.

Con la collaborazione del dipartimento di economia si potrebbe pensare al recupero serale delle eccedenze alimentari e produttive degli esercizi commerciali da destinare al sostegno dei cittadini in condizioni di difficoltà. In tal senso, l’università potrebbe collaborare anche attraverso l’Associazione Universitaria per la Cooperazione allo Sviluppo, nata a Viterbo in ambito universitario e che da tanti anni opera con successo a livello internazionale.

Ma le iniziative potrebbero essere numerosissime: invenzione lancio/rilancio di un nuovo artigianato, per esempio legato alla lavorazione e restauro della pietra (insieme con il dipartimento di beni culturali), magari anche attraverso una mostra-mercato artistica/competizione con altri centri di lavorazione della pietra; un progetto analogo per il legno (l’Unitus detiene uno dei gruppi italiani più qualificati nella Tecnologia del Legno) e per i materiali ecocompatibili (collegamento con la bioedilizia e il risparmio energetico domestico); iniziative legate alla qualità dei prodotti agro-alimentari e alla enogastronomia; creazione e sviluppo di musei, biblioteche, mostre, arte e spettacolo; gemellaggi con altre città universitarie con un Erasmus “aperto”; formazione permanente aperta a tutti i cittadini, in particolare anziani. E così via…

Con quali risorse realizzare tutto ciò? Innanzitutto con gli studenti. Molte iniziative li potrebbero vedere coinvolti a livello volontaristico nell’ambito di progetti comuni Città-Università da strutturare con stage, tirocini, project work, ossia con tutte quelle forme di praticantato breve che gli studenti svolgono obbligatoriamente per conseguire la tesi e che al momento sono quasi sempre slegate dalle realtà cittadine.

In tal senso si potrebbe cercare di creare un circuito “esperienziale” per i giovani laureati che, riuniti in associazioni (alcune universitarie esistono già) o cooperative, potrebbero svolgere tanti servizi e lavori a costi competitivi. Ma si potrebbe anche seguire il modello di tante città europee dove tanti piccoli lavori di manutenzione ordinaria della città vengono riservati agli studenti universitari, che così contribuiscono a mantenersi agli studi. In un momento come questo sarebbe un enorme aiuto alle famiglie e il ritorno per Viterbo sarebbe immediato: la città sarebbe più curata e il numero degli studenti iscritti, anche provenienti da altre sedi, aumenterebbe (un piccolo circolo virtuoso).

Le altre risorse verrebbero da sponsor privati (ciascuno dovrebbe adottare un’iniziativa) e, soprattutto, da finanziamenti europei. Questi sono più consistenti di quanto si possa immaginare e in molti casi sono ad accesso riservato alle municipalità. Il comune di Viterbo, per assoluta impreparazione, ha sfruttato pochissimo questa possibilità. Quando lo ha fatto, come qualche anno fa con Ciprogis (un progetto sui Sistemi Informativi Geografici applicati alla Protezione Civile), realizzato insieme con l’università, i risultati sono rimasti nei cassetti. Ad altri finanziamenti europei si può accedere per il tramite della Provincia o della Regione e in tutti i casi il partenariato con l’università può rappresentare la carta vincente.

Insomma, per Comune e Università è arrivato il momento di non essere più separati in casa. È arrivato il momento di un’alleanza strategica che sappia, con ruoli diversi e in piena autonomia, lavorare sinergicamente per il futuro della città.

Filippo Rossi


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25 febbraio, 2013

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