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L'opinione del sociologo - Invece di litigare anche sulla cultura, è ora di fondere le varie proposte

Museo del conclave, Rossi ha ragione

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– E’ senz’altro singolare che a Viterbo ci si accapigli anche per i musei; è ben vero che qualcuno ancora spera che il capoluogo possa essere considerato “città d’arte e cultura”, ma è sotto gli occhi di tutti che la strada da fare è lunga e tutta in salita; perché se qui si cammina, altrove si corre. Quindi forse occorrerebbe fondere le esigenze e le proposte, piuttosto che dividersi sulle questioni.

Trovo che la proposta di Filippo Rossi di un museo del conclave sia tutt’altro che peregrina, visto che in questi giorni tutte le ricostruzioni di conclavi apparse sui quotidiani, le riviste e i programmi televisivi hanno dovuto ampiamente citare Viterbo, sia per il conclave più lungo, sia come la sede di conclavi prescelta più volte dopo Roma (assieme a Perugia). Vorrei ricordare ad esempio che Anagni vive turisticamente di Bonifacio VIII e del famoso schiaffo. Ma trovo altresì indiscutibile l’osservazione di Teresa Blasi sulla necessità di garantire e valorizzare il museo civico, esso stesso detentore di reperti e opere d’arte di grande rilievo, che fanno riferimento alla storia cittadina.

Vorrei peraltro ricordare che esiste il museo del Colle del duomo, di proprietà della curia, che possiede una parte considerevole delle testimonianze storiche della presenza papale a Viterbo e che è punto di partenza culturale, ma anche fisico, delle ricerche tuttora in corso sulla tomba di Alessandro IV. Inoltre la nostra biblioteca degli Ardenti conserva altre testimonianze importanti del periodo d’oro della storia di Viterbo, a partire dalla famosa lettera dei cardinali rinchiusi nel palazzo scoperchiato.

Come si vede, non mancano le strutture per completare quell’offerta culturale complessiva che rende Viterbo un vero e proprio museo (nell’accezione positiva del termine) sia all’aperto che al chiuso.

Ricordo che una ventina di anni fa, quando ero assessore provinciale alla cultura, fu possibile allestire una mostra sulla via Francigena (nei locali del palazzo Papale) in cui confluirono reperti di grandissima valenza storica e culturale, provenienti dai vari musei e dalle varie biblioteche della città; la maggior parte di tali reperti, in realtà, testimoniavano proprio l’identità di Viterbo come città dei papi e dei conclavi.

Che fare, quindi? Sono convinto che Viterbo abbia problemi sociali e strutturali non indifferenti, che sia necessario programmare una politica di intervento per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Ma è innegabile che la risposta ai problemi del lavoro e dei giovani possa muovere anche da un adeguato “sfruttamento” del patrimonio culturale della città in senso turistico.

Se la chiave dello sviluppo futuro della città deve passare per il turismo, nella triplice accezione di offerta museale e culturale, di offerta enogastronomica e di offerta termale, allora è chiaro che la razionalizzazione e la valorizzazione dei musei, delle aree monumentali e archeologiche diventa un requisito fondamentale, al pari di tutti quegli altri interventi che una amministrazione comunale è chiamata a svolgere in termini di assistenza sociale, di servizi pubblici, di traffico, di strade, ecc. Perché in tal caso cultura, musei, terme, mostre diventano lavoro, occupazione, rilancio economico.

Di qui, alcune conseguenze inevitabili: la necessità di “professionalizzare” l’offerta turistica per renderla competitiva in una mercato che appare senza esclusione di colpi; ma anche la necessità di trasformare Viterbo in una città accogliente da tutti i punti di vista.

Dove accoglienza significa rivedere l’orario degli esercizi pubblici nei giorni festivi (di maggior presenza turistica), significa professionalizzare i comportamenti dei soggetti in front office con il turista (ci sono ancora taluni che vedono il “forestiero” come un male necessario), significa offrire parcheggi, facilities, attrattori periodici (veri, non sagre paesane), dove significa – e qualcuno se lo metta bene in testa, se vuole capire come funziona il mondo al di là dl proprio naso – piantare anche le pansé nei giardinetti pubblici o dotare una strada di alberi e di altri arredi urbani.

Certo, poi tutto questo significa anche acquisire anche un’ altra dote della mentalità professionale in campo turistico: garantire la manutenzione e la continuità di tutto quel che si fa, dalle manifestazioni ai musei, dalle strategie pubblicitarie alle pansé dei giardinetti pubblici.

Francesco Mattioli


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10 marzo, 2013

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