![]() Montecitorio- Sede della camera dei deputati |
– Sono passati tanti anni da quando beffandomi di tutto il sistema di sicurezza della Polonia e del Patto di Varsavia iniziai nel mio ruolo di colonnello dell’esercito polacco e membro dello stato maggiore del Patto di Varsavia a collaborare con l’occidente per fornirgli informazioni sui piani di attacco sovietici.
Quanti anni… all’epoca un certo Massimo D’Alema era un giovane comunista rampante appena eletto capo della Fgci. L’astro nascente della sinistra italiana che la condurrà verso un futuro radioso, dicevano a Mosca e Varsavia. Me ne parlavano un gran bene. Era stato perfino a Mosca per i funerali di Andropov, dicevano, accolto con tutti gli onori. A me avrebbero dato la caccia. Ho impiegato questi anni per sviluppare una certa conoscenza dell’Italia, della politica e del palazzo. E’ stato quindi un piacere accettare l’invito di Tusciaweb di andare a Montecitorio per seguire l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Giovedì mattina mi vesto bene, all’italiana, per la solennità del luogo e dell’occasione. Disbrigate le formalità entro insieme a un gruppo di giornalisti. Conosco le regole del gioco. 1007 grandi elettori, 630 deputati, 315 senatori, 4 senatori a vita, 58 delegati delle regioni.
Per i primi tre scrutini è richiesta la maggioranza dei 2/3, cioè 672. Poi dal quarto, maggioranza semplice, asticella a quota 504. I miei amici italiani iniziano a chiamare per sapere chi sia stato a farmi entrare. Ma che davvero? Sono stato la prima fonte dell’occidente all’interno del Patto di Varsavia, mi facevo chiamare Vichingo Polacco, pensate che sia difficile entrare qui dentro? Non mi credono, dicono che per queste cose in Italia serve una raccomandazione. Mah…
Siamo in tribuna quasi laterale. Sotto di me, il Pdl, eleganti gli uomini, affascinanti le donne. Ma inizio a sentire il fastidio della cravatta quando mi concentro sui parlamentari grillini, molto più informali di me. Il Pd non fa notizia neanche in questo caso, salvo il bianco di cui è vestita Anna Finocchiaro. Una delle possibili candidate al Colle prima che l’assemblea del Pd della sera prima avesse incoronato in modo burrascoso Franco Marini.
In sostanza, di provare a eleggere il capo dello Stato con un’intesa larga. L’uomo è un po’ in là con gli anni, ha ricoperto ruoli importanti, è uno dei fondatori del centrosinistra, ma da sempre uomo di dialogo, tanto che, malignamente un deputato ci spiega che il Pd ha votato a maggioranza la proposta di Berlusconi. Sulla carta, i numeri ci sono. I vicini di tribuna mi spiegano che i renziani si sfilano, che dipende dalle vere intenzioni di D’Alema. E mi chiedo se sia lo stesso di cui mi avevano parlato cosi bene a Mosca. Sarà il figlio, o più facilmente solo un omonimo.
Alle 10 e 20 inizia la chiama di senatori, poi deputati, poi i delegati regionali. Alle 10.21 iniziano su twitter le dichiarazioni dei parlamentari Pd che dichiarano di non aver votato Marini. In effetti, l’assemblea del giorno prima si è chiusa male, urla, strilli.
Deputati Pd terrorizzati da elettori di Rivoluzione Civile e Sel che dicevano che non avrebbero più votato Pd nel caso fosse eletto Marini. L’area è elettrica. E’ evidente che si va verso una bocciatura. Addirittura arriva un comunicato dal Pd sezione Francia per scongiurare l’elezione di Marini. Facile ironia in tribuna: ma come fa un partito che è a stento vivo in Italia ad avere una sezione in Francia? Mi spiegano che si riesce più facilmente a sostenere il Pd “a distanza”.
In effetti visti da vicini non ispirano certo voglia di supportarli. A stento ti viene voglia di sopportarli. Nel frattempo però il mio atroce dubbio è fugato. Quel D’Alema di cui oggi tanto si parla è lo stesso D’Alema di cui si parlava un gran bene a Mosca. Chissà che ne penserebbero Andropov e Jaruzelski.
Fuori da Montecitorio inizia a montare una certa protesta, bandiere rosse di Rifondazione comunista sostenuta da gente che dice che se il Pd elegge Marini insieme a Berlusconi, allora non li votano più. Fa notizia una signora che brucia la tessera del Pd, annata 2010. La notizia vera sarebbe capire cosa l’abbia spinta a conservarla così a lungo. Ricorda chi tiene le foto degli ex nel cassetto. Ogni tanto te le guardi, sospiri sull’amore perduto. Poi ti ricordi di quanto ti ha fatto incazzare e la ributti nel cassetto. Ma si sa, gli italiani sono romantici.
Volti tesi, risultato impietoso. Sotto accusa il metodo, il merito, la persona e Bersani. Che non potendo abbracciare i suoi, preferisce abbracciare Alfano. Sconcerto nei più, non si capisce bene adesso che succede. La pausa pranzo passa fra un’occhiata al tablet, una telefonata, un incontro riservato. Il tifo per Rodotà aumenta, sui social, in piazza e nel palazzo. Si capisce che su Marini è stato esercitato un fuoco di fila troppo grande per provare a riproporlo. Nel frattempo arrivano foto da tutta Italia delle sedi del Pd occupate da militanti, soprattutto giovani, che proprio non ne vogliono sapere di eleggere un presidente con Berlusconi.
Vagli a spiegare che per 50 anni Dc e Pci hanno eletto il capo dello Stato tutti insieme. Vagli a spiegare che i compagni dell’epoca votarono Cossiga (che scrivevano con la K solo qualche anno prima). Vagli a spiegare che lo prevede la Costituzione per i primi tre turni di non fare della presidenza della Repubblica una guerra per bande.
Il pomeriggio passa fra le schede bianche, la ricerca di una soluzione e le notizie da fuori. Che qualcosa dentro non quadri si intuisce vedendo Cirino Pomicino ergersi a punto di riferimento per deputati e giornalisti nel cortiletto interno di Montecitorio, mai così pieno di giovani campeggiatori. Mi dicono siano i grillini. Che, resi edotti dell’identità del comiziante, si avvicinano incuriositi. Poi quando vedono Sposetti e Verdini confabulare dopo l’ennesimo caffè, si guardano intorno preoccupati e precauzionalmente, scappano. Cresce nella notte l’ipotesi lanciata da Matteo Renzi: Prodi presidente. Lui voleva il rinnovamento, e il Prof non è proprio un giovincello. Si vede che prima di unire il Paese urge unire il Pd. O quanto meno provarci. O quanto meno fregare Bersani.
È venerdì. Oggi niente cravatta. Per par condicio fra cronisti e grandi elettori. Anche perché la temperatura già alta è salita ancora di più e non solo quella atmosferica. Se ieri l’idea era di eleggere un presidente tutti insieme, nella mattinata il Pd ha deciso per acclamazione, anzi per standing ovation, di candidare Romano Prodi: l’unico su cui Berlusconi aveva messo un veto. Indicazione chiara, nella speranza di prendere voti da Grillo.
La proposta di Bersani è passata per giubilo. E in effetti finirà giubilata. Ma la mattinata è lunga e porta sorprese. Per la prima volta nella storia della repubblica un partito si asterrà dal votare. Nel senso che il centrodestra non parteciperà per protesta alla chiama mattutina. Sono unici nelle loro ironie. Uno fra tanti, Roberto Carderoli: “la mortadella è cotta a puntino. Stamattina si affilano i coltelli, e vedrete le risate oggi pomeriggio”. Ma il premio simpatia va a un senatore di Scelta civica che spiega in siciliano un fatto curioso: l’indicazione ufficiale era votare scheda bianca, ma lui voleva comunque votare Anna Maria Cancellieri. Entrato in cabina, non ha potuto… per mancanza di matite.
Quando gli chiediamo perché non ha fatto presente il fatto, in siciliano ci risponde: “E che potevo fare? Usciri e dirci a Grasso, preside’, si futtirunu i matiti?!”. Nel frattempo, proseguono le proteste: i democratici a casa loro a occuparsi le sedi, evidentemente non memori della lezione di Togliatti a Pajetta in seguito alla conquista della prefettura di Milano; grillini e rifondaroli in un angolo di piazza che oggi condividono con Fratelli d’Italia e Casa Pound. Miracoli dell’elezione del capo dello Stato. Arriva il pomeriggio, dopo una mattinata passata a parlare con Prodi, che è in Mali per conto dell’Onu, ma assicura che rientrerà il prima possibile.
Lo stillicidio pomeridiano ampiamente previsto da quell’esperto di geopolitica internazionale di Carderoli (celebre per una cosa chiamata Porcellum) scatena ironia feroce, proteste di piazza, risate dell’altra parte, costernazione nelle fila del Pd. Sotto accusa il metodo, i popolari (che però hanno fatto corsi accelerati di foto con cellulare), i dalemiani (che si chiedono perché mai non si possa fare Massimo presidente, ne sarebbe stati contenti pure Andropov e Jaruzelski) e Bersani. Che ha abbracciato Casini.
Mentre lo spoglio ha luogo e si capisce inesorabilmente che Prodi è stato impallinato, cronisti romanisti guardando Bersani riflettono tristemente sul fatto che Zeman è stato licenziato per molto, molto meno. Un giovane turco ha un momento di lucidità strabiliante: “Mi sa che Prodi resta in Africa”. Per la gioia della popolazione del Mali.
In serata, altra assemblea struggente del Pd. Hanno la stessa vivacità di certi cori scout. Le dimissioni della Bindi e di Bersani sono accolte con cori da stadio nelle sedi occupate del Pd in giro per l’Italia. Tra di voi, uno su quattro è un traditore, pare abbia detto Bersani ai grandi elettori riuniti. Nessuno che lo abbracci, almeno per solidarietà. Lacrime dei parlamentari più giovani, che dopo aver votato Rodotà evidentemente pensavano di meritare un premio. Il dado ormai è tratto: Bersani per trovare un altro candidato dovrà camuffare la voce al telefono, con una patata in bocca e la faccia dentro un pentolone, come Fantozzi.
Il sabato mattina mi consegna una certezza, l’unica. Ormai l’ironia su Bersani merita un capitolo a parte nella storia della comicità italiana, dico al mio vicino in tribuna. Che mi mostra un sms: ergastolo per Sabrina e Cosima. Ingiustizia clamorosa: Bersani è ancora libero, dopo aver ucciso il Pd. Ma la svolta è vicina, inizia a intravedersi l’arma di fine di fondo per citare un noto film, o l’offerta che non si può rifiutare, per citarne un altro.
Inizia a profilarsi una soluzione unica nel suo genere, che raccoglie in pieno le proteste di piazza, di social, di popolo. Una soluzione tutta italiana: la riconferma di Napolitano. Ormai nessuno fa caso alla quinta votazione, tutti concentrati sul Colle, dove l’inquilino che sognava i faraglioni sta iniziando a disfare gli scatoloni.
Un brivido corre lungo la schiena quando si sparge la voce che Bersani sta andando al Quirinale per un colloquio. Immaginiamo la gioia della signora Clio e i gesti apotropaici dei corazzieri. Anche i gatti neri pare si siano defilati. E così, nel pomeriggio, nel paese in cui tutti dicono che non ci sono comunisti, mentre dentro il Palazzo si vota (quasi) tutti allegramente per uno che è rimasto comunista nonostante Budapest ‘56, Praga ‘68, Danzica ‘80, fuori in piazza si inneggia a uno che lo è diventato dopo Budapest e Praga. E io che nell’87 li avevo già sbeffeggiati tutti… penso a quanto ne sarebbero entusiasti Andropov e Jaruzelski.
Ma ciò che conta è che l’Italia ha un nuovo capo dello Stato dopo giorni difficilissimi. In questo paese, si sa, la rottamazione ha avvantaggiato sempre e solo la Fiat.
Dopo aver esposto al pubblico ludibrio uno dei fondatori del centrosinistra (Marini) cercando la sponda di Berlusconi ma perdendo pezzi interni, l’icona del centrosinistra nella speranza di ricompattarsi (Prodi), perdendo altri pezzi interni, il Pd archivia ormai sé stesso. Nato come partito che doveva risolvere i problemi e fare sintesi, non riesce più a sintetizzare nemmeno se stesso, ed è ormai il problema. Come sempre, ci metteranno qualche tempo per capirlo. Fuori, la temuta marcia su Roma 2.0 dei grillini diventa prima un allarme, poi una cosa da cui lo stesso Rodotà prende le distanze, poi una retromarcia.
E’ sera, si spengono le luci di Montecitorio, si accendono gli animi fuori. Gargamella Bersani torna a casa. Sperando che almeno il fido Birba si lasci abbracciare. In fondo, se non ci fosse un Grande Puffo in piena forma, Gargamella non avrebbe motivo di esistere.
Ho imparato tante cose in questi giorni, più che durante la mia operazione sotto copertura nello stato maggiore del Patto di Varsavia. E so quindi cosa rispondere al mio amico quando mi dirà che è non è un’analisi ma una cronaca ironica. Gli dirò, con sincerità: hai ragione, Carlo, forse ho esagerato con l’umorismo (e con le righe), ma hanno iniziato prima loro!
Ryszard Kuklinski
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