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Attentato terroristico di Boston - Leonardo Mastronicola rientrato a Viterbo dopo la partecipazione alla maratona racconta gli attimi terribili vissuti negli Usa e la dignità di un popolo

“Vivevo la tristezza a fior di pelle”

di Paola Pierdomenico
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Leonardo Mastronicola con la medaglia della maratona

Leonardo Mastronicola con la medaglia della maratona

Il luogo dell'attentato

Il luogo dell’attentato

Le croci per le tre vittime

Le croci per le tre vittime

Il luogo dell'attentato

Il luogo dell’attentato

La maratona di Boston

La maratona di Boston

Boston

Boston

Boston

Boston

I poliziotti per le strade di Boston

I poliziotti per le strade di Boston

– “Vivevo la tristezza a fior di pelle” (fotocronaca).

Montagne di fiori e biglietti firmati a ricoprire le strade. Candele accese e peluche ammassati ovunque. Per terra, lasciate dalla gente, medaglie, pettorali e scarpette da corsa. Bandiere a stelle e strisce sulle transenne, appese ai muri e issate sulle aste. Omaggi e ricordi in ogni angolo della città.

Sono queste le immagini che Leonardo Mastronicola, 38enne viterbese, ha impresse nella sua mente di ritorno da Boston. Lui è stato uno dei 227 italiani che hanno partecipato alla gara dello scorso 15 aprile. Una festa dello sport che si è trasformata in una tragedia. L’entusiasmo e i sorrisi rovinati dall’esplosione di due bombe posizionate al traguardo della gara che ha causato tre morti, tra cui un bambino di otto anni, e oltre 130 feriti. Molte le persone che hanno subito amputazioni. 

Mastonicola, in America con la moglie Monica Pucciarelli e i due figli, un maschietto di dieci anni e una bimba di otto, ha concluso la maratona in 2 ore e 47 minuti. Un tempo che lo ha salvato. “Finita la gara sono rientrato in albergo e ho aspettato la mia famiglia – racconta ricordando quei momenti -. Stavo monitorando con loro la classifica, quando abbiamo sentito notizie delle bombe. All’improvviso hanno iniziato a suonare le sirene della polizia e dell’ambulanza. Erano tante. Troppe e abbiamo capito che c’era qualcosa di strano”.

Dopo le due esplosioni, l’ansia è iniziata a salire. “Il nostro umore è cambiato radicalmente e l’aria che si respirava era pesante. Mia moglie ha iniziato ad agitarsi. Mi diceva di vestirmi quasi a chiedermi di andarcene subito. Ma era impossibile e non potevamo fare altro che stare lì. L’ingresso dell’albergo, in poco tempo,  si è riempito di forze dell’ordine e fare anche un minimo spostamento era un’impresa. Addirittura il ristorante ci ha chiesto di anticipare la prenotazione”.

La notte è trascorsa insonne. “I pensieri andavano tutti ai bambini che erano lì con me e mia moglie. Non volevamo farci prendere dal panico e quindi ci siamo comportanti normalmente. La mattina siamo andati in giro anche se gran parte delle linee della metro erano chiuse, così come i musei. Era difficile girare perché in ogni angolo c’erano poliziotti e militari dell’esercito. Si respirava una sensazione fastidiosa”.

Passeggiando per le strade, infatti, era impossibile fare finta di niente. Tanta l’amarezza tra la gente e ancora di più la rabbia. “Lo sconforto era molto. Anche da parte di noi maratoneti che sono venuti da tutto il mondo per condividere questa incredibile esperienza che invece si è trasformata in una vera tragedia. Alcuni, infatti, non hanno avuto nemmeno la possibilità di concludere la competizione e sono rimasti senza medaglia. Vivevi la tristezza a fior di pelle e non ci sono parole per descrivere un tale episodio ed esprimere le sensazioni provate“.

Per l’ennesima volta, il popolo americano è colpito al cuore e si stringe intorno alle vittime della strage. “Sul luogo dell’attentato hanno messo in piedi croci e le strade erano piene di fiori. C’è chi ha lasciato medaglie, pettorali o scarpette. La gente piangeva“.

Mastronicola è rimasto stupito dalla voglia di reagire delle persone e dal loro modo di vivere quell’immenso dolore. Un sentimento, che per il 38enne, hanno sopportato con grande pudore. “La sera stessa della bomba c’era chi passeggiava tranquillamente. Non voglio dire che gli americani sono abituati a certi episodi, ma sicuramente si fanno subito forza per andare avanti. Probabilmente noi italiani non avremmo reagito così, perché siamo più drastici. Loro si portano dentro il dolore, noi invece lo manifestiamo e ci preoccupiamo di attribuire le colpe”.

A impressionarlo anche il lavoro collaudato delle forze dell’ordine. A meno di cinque giorni dalla strage, i responsabili, due fratelli ceceni, sono stati individuati. Uno di loro, il maggiore è morto durante un conflitto a fuoco, l’altro è stato fermato dopo alcune ore di fuga. “Ho visto una grande efficienza delle forze dell’ordine, tant’è che nel giro di poco tempo, hanno bloccato i responsabili“.

Leonardo ammette di avere avuto paura in alcuni momenti. Soprattutto per i suoi cari. “Dopo l’attentato e per tutta la notte il pensiero era per i miei bambini. Temevo potessero esserci altri attentati e altre esplosioni. Ero lontano da casa e non sapevo come avrei potuto comportarmi. Il pensiero andava spesso alle bombe“.

I tempi hanno giocato un ruolo decisivo. Le ore, i minuti e i secondi sono stati determinanti. “Ho pensato che fosse tutto segnato. Stabilito. Un disegno in cui mi sono salvato solo per avere avuto abbastanza forza nelle gambe per correre e arrivare prima che tutto accadesse. Non toccava a me”.

Il prossimo anno il 38enne non esclude di tornare. “Non si deve rinunciare a certe esperienze per non darla vinta a chi cerca di rovinare certe manifestazioni che aggregano la gente. Non sarebbe giusto. Ho ancora in mente l’atmosfera meravigliosa del giorno prima dell’attentato, anche più bella di quella che si respira a New York.

La maratona di Boston è la più antica al mondo nell’era moderna ed è particolarmente sentita. Partecipano oltre 26mila persone, soprattutto giovani, perché si tratta di una città universitaria. Io sono arrivato sabato e la gara era in programma per lunedì in occasione del Patriot day. Sono andato a prendere il pettorale e nel tragitto incontravo gente sorridente ed euforica. Anche domenica c’era la stessa allegria, per le vie centrali era tutto un brulicare di maratoneti. Un entusiasmo particolare che non ho mai notato nemmeno a New York, Berlino o nelle altre gare internazionali a cui ho partecipato“.

L’esperienza di Boston ha lasciato un segno indelebile in Leonardo. “Ho capito tante cose da questo episodio. Penso spesso che stavo lì e che poteva accadere a me. Mi sono anche chiesto se vale la pena rischiare la vita, tua e dei tuoi famigliari, per una corsa. Il fatto è che certi episodi sono inaspettati e se qualcuno decide di mettere una bomba, non puoi far altro che subire.

Provi impotenza anche nell’impossibilità di spostarti per tornare a casa. Sei bloccato. Incatenato e non puoi che attendere il corso degli eventi. Questa esperienza mi ha sicuramente segnato. La sera dopo l’attentato ho incontrato due ragazze che avevano partecipato alla gara, si abbracciavano. Una di loro piangeva e l’altra la consolava. Beh – conclude – difficilmente scorderò quei volti”.

Paola Pierdomenico 


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22 aprile, 2013

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