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(s.m.) – Ieri era pronto a darsi fuoco in tribunale, davanti a decine di occhi allarmati. Oggi Luigi Goffi è sereno (fotocronaca * video).
In pochi minuti ha sfogato una rabbia di anni. Il 61enne di Vetralla era cosparso di benzina e imbracciava un accendino alle 10 di ieri mattina, ma poche ore dopo ammette: non voleva uccidersi. Il suo scopo era accendere i riflettori sulla sua storia. Storia di un uomo che ha lavorato trent’anni per quella che credeva la sua famiglia, ritrovandosi disoccupato, povero e solo.
I suoi guai cominciano nel ’79, quando conosce la coppia cui ha fatto causa. “Erano pseudo-luminari – spiega Goffi -. Avevano creato una specie di associazione. Un centro di studi sul cervello umano, sul suo funzionamento, su come salvare l’umanità. Dicevano di aver capito molto sull’argomento. Giravano l’Italia per convegni, relazioni. Per me erano la coppia perfetta. Mi hanno affascinato e agganciato”.
Per seguirli Goffi lascia tutto. La moglie. Il negozio. Una scelta radicale. Ma per lui era quella giusta. “Non partecipavo alle riunioni dell’associazione ma loro mi hanno fatto sentire parte del loro progetto. Mi hanno fatto credere che, lavorando per loro, avrei avuto una vita serena e tutto quello che mi serviva”. E lui lavorava.
In quella tenuta principesca sull’Aurelia Bis faceva tutto quello che c’era da fare: giardiniere, domestico, cameriere, autista. Ha costruito lui la dépendance dove ha vissuto per ventotto anni. Ha seguito i lavori per realizzare la piscina, i campi di bocce e da tennis. Conosce a memoria ogni angolo di quei due ettari di proprietà. Ma sono soprattutto i ricordi legati alle persone che lo feriscono. Affetti quasi familiari costruiti in tanti anni e cancellati in un attimo nel 2007. L’anno della rottura.
“Loro si sono lasciati – continua Goffi -. Per me fu un trauma enorme. Sono invalido. Ho avuto tre infarti e mi è stato asportato un pezzo di stomaco. Quando la loro storia finì, mi si riaprirono le ulcere. Ricordo che ebbi delle grosse perdite di sangue. Come facevo a pensare che la mia vita poteva cambiare? Stavo bene. Il lavoro mi piaceva. Loro erano la mia famiglia. I loro figli li ho visti crescere. Mi chiamavano Giggi, gli ho insegnato a nuotare e non muovevano un passo senza di me”.
Almeno dal punto di vista professionale, Goffi era tranquillo. “Con lei avevamo fatto una specie scrittura privata che attestava che mi avrebbero dato 80mila euro, più la dépendance. Di quella scrittura non si è più trovata traccia. Le figlie di lei non hanno voluto saperne di stare ai patti: mi hanno messo in mezzo a una strada di punto in bianco”. In tutti quegli anni, solo promesse e rassicurazioni. “Non preoccuparti, mi dicevano. Volevano mettere da parte i soldi per farmi un fondo assicurativo. Dicevano in giro che io e gli altri due dipendenti che gli hanno fatto causa gli costavamo 15mila euro tra stipendi e contributi. Ma non ci hanno mai versato un euro. Né a me, né agli altri due”.
Anche loro hanno fatto causa e anche loro l’hanno persa. Le due sentenze sono arrivate a distanza di pochi mesi l’una dall’altra. Quella di Goffi il 27 giugno. Ma per lui è sballata. “E’ stato dato peso a testimoni inattendibili e manipolati. Dicevano che lavoravo per spirito di collaborazione. Che non ero alle loro dipendenze, quando mi hanno visto benissimo gestire la casa e occuparmi di tutto quello che serviva, su direttiva dei miei padroni”.
Ha cercato più volte di parlare col giudice, ma lo hanno sempre fermato. E così, ieri mattina, si è presentato in tribunale con un litro e mezzo di benzina. “Non mi sarei ucciso. Ho avuto tre infarti e non mi sono mai sentito bene come in quel momento. Avevo una carica. Una forza. La forza della disperazione: non mi potevo far schiacciare da quelle persone. Ho progettato tutto per arrivare al mio scopo: gettare una luce su questa storia assurda. Mi ha commosso il presidente del tribunale Pacioni: quando l’ho visto correre da me, ho sentito un’immensa voglia di piangere. Ha detto che farà di tutto per fare in modo che il mio appello sia fissato velocemente. Non so se credo più nella giustizia, ma comunque lo ringrazio“.
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