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Politica - Se passerà la proposta dei dipartimenti

Province, la Tuscia fagocitata da Roma…

di Carlo Mezzetti - Paolo Stavagna
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Carlo Mezzetti

Carlo Mezzetti

– Stupisce la scarsa attenzione che la politica viterbese sta dedicando al fondamentale tema del riordino territoriale ed amministrativo dello Stato italiano ed al ruolo che in esso si intende assegnare alla Tuscia.

Sono infatti mesi di grande fermento nei quali, complice anche la necessità di ridurre la spesa pubblica, l’architettura complessiva dello Stato è oggetto di ripensamento e di discussione.

La scorsa settimana il consiglio dei ministri ha licenziato un disegno di legge che svuota progressivamente le provincie italiane delle loro funzioni in attesa dell’approvazione della legge costituzionale, già presentata in Parlamento, destinata a rimuovere definitivamente tali enti dall’organizzazione amministrativa dello Stato.

A gennaio 2014 entreranno inoltre in vigore le città metropolitane, enti che sostituiscono le provincie nelle quali sono inserite le principali città italiane.

In questo contesto si è recentemente tenuto un incontro presso il ministero degli Affari regionali con all’ordine del giorno il progetto della società geografica italiana di riassetto complessivo degli enti territoriali. Tale proposta, che pare godere di grande considerazione tra gli addetti ai lavori, prevede la creazione di trentasei “dipartimenti” ovvero enti intermedi tra regioni e provincie, destinati a sostituire sia le une che le altre.

Nel ridisegnare la mappa geografica italiana tali dipartimenti manterrebbero intatte soltanto alcune regioni (ad esempio l’Umbria), mentre spacchetterebbero e riorganizzerebbero tutte le altre.

Ebbene in tale progetto la Tuscia viene accorpata alla Provincia di Roma, divenuta ormai città metropolitana, e all’attuale provincia di Rieti, all’interno di un dipartimento, che nell’ottica viterbese, appare quantomai penalizzante.

Lo scarso peso politico che il viterbese sarebbe destinato ad avere nell’ambito di una tale unità amministrativa appare evidente.

Ben più promettente sarebbe invece per la Tuscia ragionare di un possibile accorpamento con le attuali provincie umbre o con quelle del sud della Toscana, come taluni avevano proposto già in tempi lontani.

Sarebbe quindi il caso che la politica locale, guardando una volta tanto ai decenni a venire e non solo alle prossime scadenze elettorali, aprisse una discussione su questo fondamentale tema coinvolgendo i soggetti economici e quelli rappresentativi della cittadinanza, così da pervenire ad una proposta possibilmente condivisa da portare nelle competenti sedi istituzionali.

L’auspicio è che i cittadini viterbesi, una volta tanto nella storia, siano messi nella condizione di partecipare al dibattito sul proprio futuro e che scelte così importanti per la Tuscia non passino completamente sopra le loro teste.

Carlo Mezzetti
Paolo Stavagna


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31 luglio, 2013

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