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L'opinione del sociologo - Una riflessione sul dibattito sollevato da Umberto Cinalli e Claudio Margottini

Si deve scegliere un brand e puntare tutto su quello

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– La “disputa” – se così si può definire – tra Margottini e Cinalli sul ruolo delle piccole associazioni nel contribuire a costruire la cultura locale non è nuova; ho riguardato un po’ di giornalismo viterbese d’antan e mi sono accorto che si tratta di un dilemma mai risolto, come una bilancia che continuamente s’inclina ora verso l’uno ora verso l’altro piatto, mancando di un punto di equilibrio.

Poiché mi sembra che sulla questione ciascuna delle parti in causa esibisca le proprie medaglie, quasi a testimoniare la liceità e la legittimità delle proprie argomentazioni, entrerò nel discorso in punta di piedi, proponendo come mie credenziali l’esser stato assessore provinciale alla cultura negli anni ’90 (al tempo, tanto per dire, del Phersu d’Argento) e l’aver studiato l’associazionismo culturale per circa vent’anni.

Ciò premesso, mi si consentano alcune osservazioni. L’associazionismo culturale per così dire “di base” è fondamentale: non ha necessariamente il compito di produrre cultura di chissà quale livello, ma ha la funzione strumentale di avvicinare il cittadino alla cosa pubblica, alla partecipazione democratica, alla costruzione sociale di senso, insomma a far sì che l’individuo resti protagonista della società in cui vive: insomma, una dimensione per così dire “gramsciana” della cultura.

C’è poi un altro campo d’azione della cultura. In un sistema in cui essa è stata equiparata a un “giacimento” petrolifero e che, almeno per Viterbo e per la Tuscia, va considerata un volano di sviluppo economico, è chiaro che bisogna gestirla a livello “alto”, evitando un piccolo cabotaggio che non risolverebbe alcun problema.

Ho l’impressione che la “disputa” di cui sopra riguardi, più che la gestione della cultura, l’idea che le piccole associazioni siano terreno di coltura del clientelismo politico. Il che è dimostrato, purtroppo, dalla ricerca scientifica. Che poi questa o quella associazioni benemerita e pura si offenda di essere equiparata a quelle che invece attingono al sottobosco della politica, va certamente a suo onore, ma non cambia la questione generale delle cose. Ha ragione Cinalli a dire: se compromissione spesso c’è, è generata dal bisogno di sopravvivenza.

Margottini a sua volta dice giustamente che gli interventi “a pioggia” non promuovono né la cultura, né il territorio; anche questo è vero, ma possono essere a pioggia, nel senso che diventano colpi di cannone sparati a casaccio, anche i grandi eventi che ti portano effimeramente Viterbo in terza pagina per un giorno.

Da tempo, ad esempio, denuncio il fatto che i cartelloni delle manifestazioni culturali sono di fatto dettati dalla Regione Lazio e dal sistema, talvolta perverso, delle compagnie. Ricordo che, da assessore, tentai di piegare a una logica diversa – anzi, di maggior respiro nazionale – un programma di sostegno finanziario regionale vincolato ad un certo tipo di programmazione (e di soggetti culturali…). rischiando di perdere il finanziamento.

E’ vero che un sindaco, un assessore non devono mettersi a fare gli impresari. Ma devono saper leggere il quadro. Perché affidarsi ciecamente a un manager culturale non ti esime dal rischio di passare nel tritacarne di un sistema di imprenditoria culturale che se ne frega delle peculiarità del territorio; ti fa solo perdere il ruolo di soggetto politico.

Curiosamente, Margotini e Cinalli talvolta dicono esattamente la stessa cosa, ma con una diversa intonazione. Fare cultura, infatti, non è una formula ritualistica, ma un programma estremamente ricco di prospettive.

Fare cultura significa conferire senso critico alle persone, renderle capaci di scegliere, quindi è anche educazione; fare cultura significa produrre autonomamente costrutti condivisi di senso, quindi far sì che una comunità possa esprimere la propria identità; fare cultura significa aprirsi a nuovi orizzonti e a nuove prospettive, quindi è comunicazione, ma anche ricerca e innovazione; fare cultura significa assumere la capacità di valutare e di decidere, quindi è pensiero critico; fare cultura però è anche promuovere il territorio, entrare a pieno titolo nella logica dello sviluppo, distruggendo ogni steccato provinciale, giacobino, personalistico e aprendosi ad un sistema globale con le sue regole, oltre che con le sue opportunità.

Sarà anche vero che i viterbesi sono “etnicamente” restii a produrre cultura. Certo, passi il confine toscano e quello umbro e sembra che la musica sia tutt’altra, per capacità progettuale, valorizzazione e protezione del territorio, ecc.

Un mio collega perugino osservava qualche tempo fa che la maggiore iattura della Tuscia è la vicinanza e la dipendenza istituzionale da Roma; un discorso che fra l’altro implica anche il futuro dibattito sulla abolizione delle province e sulla costituzione delle “aree vaste”. Vero, gli ho risposto, ma se si è furbi e uniti, si può trasformare questo handicap in una risorsa; l’importante è non andare a Roma con il cappello in mano e le forme di formaggio a pietire, da burini, un obolo di beneficienza.

Voglio ricordare che a Viterbo siamo stati capaci, nell’ordine:

a) di chiudere certe manifestazioni che avevano una impronta “propria”, soffocandole nei veti incrociati locali di bottega; b) di far finire a Roma manifestazioni che siamo stati incapaci di gestire sul posto per gli stessi bassi motivi; c) di non saper esaltare a pieno le specificità del territorio, facendoci scippare persino dalla Toscana (talché all’estero credono che la Tuscia sia una modesta appendice di confine della terra etrusca).

Gli esempi non mancano, ciascuno guardi un pochino al passato, anche recente, e ne tragga le conclusioni.

Ciò detto: credo che fare cultura esiga programmazione. E, soprattutto, programmazione seria e coerente. Meglio due cose fatte bene che cento fatte male che alla fine non soddisfano nessuno e soprattutto ci fanno attardare rispetto alla testa del gruppo; ricordiamoci che se qui a Viterbo si riesce faticosamente a correre, altrove si vola.

E alla lunga, anche la nostra corsa risulterebbe inutile e tardiva. Se il vitello è grasso, tutti ne mangiano, certo; ma se è magro, come accade oggi, è evidente che qualche scelta va fatta; e la scelta, in una prospettiva globale, non può che essere selettiva, di qualità.

Sono sicuro che, in presenza di una programmazione e di una seria progettualità, tutti possono contribuire fattivamente a fare cultura: anche – se non soprattutto – il piccolo associazionismo.

Viterbo tuttavia non può sostenere quattro o cinque manifestazioni apparentemente “alte”; forse le grandi città, sì, ma non Viterbo: d’altronde, da Giffoni ad Arezzo, da Taormina a Trento, da Nola a Vicenza, si tengono in Italia manifestazioni culturali caratteristiche che hanno proiettato quei centri all’attenzione della cultura europea e mondiale.

Ed è intorno a queste che ruota poi il resto; sembrerà strano, ma la cultura oggi deve conciliare la creatività intellettuale con il pieno degli alberghi per tutto l’anno. E’ così: e chi lo nega o viene da Marte o si è svegliato dopo un sonno di duecento anni. Ma non si può pensare che Viterbo sia attrattiva nel mondo contemporaneamente per la Macchina di Santa Rosa, per Caffeina, per Tuscia operafestival, per Medioera, per il Palio delle Botti a Pianoscarano, per la Stagione operistica invernale e via discorrendo.

Occorre scegliere un brand, per così dire, valorizzarlo al massimo, talché nel mondo tutti conoscano e si entusiasmino all’equazione Viterbo = X e poi intorno a questo allargare e costruire un indotto di qualità. A cui tutto l’associazionismo di base è chiamato a dare un proprio specifico contributo: ma entro un programma condiviso, altrimenti l’associazionismo da espressione di una comunità, si trasforma in una manifestazione dispersiva di individualismo personalistico.

Come ho già avuto modo di sottolineare, non ci si può aspettare che l’amministrazione Michelini, salita in corsa a metà anno, faccia da subito i miracoli. E’ dal 2014 che dovrà dimostrare di che pasta è fatta, disegnando un programma serio, coerente, condivisibile e condiviso anche nel campo della cultura e nella proiezione di Viterbo in un mondo ormai 2.0, che non fa sconti a nessuno.

Francesco Mattioli


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14 agosto, 2013

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