– Utilizzare i fondi europei per realizzare un nuovo modello di sviluppo che faccia dei territori rurali un punto di riferimento per qualità della vita e benessere sociale. Utilizzare i fondi per evitare che i territori rurali – una ricchezza cui non possiamo assolutamente rinunciare – si spopolino.
Per impedire l’abbandono dei centri storici. Per contrastare il consumo di suolo. Per valorizzarli e fare in modo che diventino sempre di più un luogo dove continuare e andare a vivere e crescere i propri figli. Per dar vita ad una “quarta” Italia che, dopo quelle agricola, industriale e della piccola e media impresa, veda nell’intreccio tra ruralità e patrimonio storico, artistico, archeologico e ambientale una ricchezza e un volano per l’economia e l’occupazione, senza costringere famiglie e cittadini ad andarsene per cercare lavoro altrove.
Una “quarta” Italia che metta in sinergia qualità della vita e sviluppo a partire dalle risorse del territorio, dalle sue radici e dalle sue tradizioni. Come un nuovo “Quarto stato” che già esiste e che dobbiamo rendere concreto. Tutto questo, a partire da un forte e deciso investimento sulle innovazioni tecnologiche che ormai sono alla portata di tutti. Basta metterle a sistema con il mondo che ci circonda, ci ha visto crescere e ci caratterizza. Un territorio vissuto è anche un territorio partecipato, quindi vivo e in grado di far vivere le sue istituzioni rappresentative rendendole un tutt’uno con i cittadini.
E’ questa la sfida, il futuro che vogliamo costruire per creare un modello che possa essere da esempio anche per altre realtà nazionali. Un modello che sia funzionale ai bisogni delle persone, soprattutto quello di “restare” – se lo si vuole – dove si è nati, senza essere costretti “sradicarsi” per vivere in contesti urbani con costi della vita e benessere sociale decisamente diversi. Per evitare che la terra, abbandonata da chi la abita, se la prenda il cemento. L’occasione che abbiamo di fronte è storica e non possiamo perdere il treno che sta passando. E i fondi europei sono lo strumento, il mezzo necessario per realizzare innanzitutto e prima di tutto un investimento in nuove tecnologie che diventi patrimonio collettivo e condiviso non solo per valorizzare e promuovere il territorio, ma anche per avvalersi di servizi essenziali – visite mediche, istruzione, servizi sociali ecc. – anche a distanza. La possibilità c’è, basta realizzarla.
E’ fondamentale cambiare marcia, perché – se non difendiamo i nostri mondi di appartenenza, se non puntiamo sulla ruralità – il rischio è quello di trovarci a vivere, in un futuro non lontano, in contesti urbani sempre più ampi e capaci di divorare l’idea stessa di benessere e qualità della vita. Un percorso che deve vederci uniti – indipendentemente dagli schieramenti politici – per superare quello stallo dove siamo stati precipitati da almeno trenta-quarant’anni. Quando si tentò di passare da una società agricola ad una società industriale, distruggendo l’economia della prima (in tre decenni siamo passati da un 50% di manodopera agricola a un 5% della stessa, tanto per fare un esempio macroscopico) senza mai mettere a regime la seconda.
Lasciando così una vera e propria voragine che non è soltanto economica, ma anche sociale e antropologica. Una realtà dove l’identità e le radici culturali sono diventate non un valore e una ricchezza da promuovere, ma un’eco che tuttavia vive ancora dentro di noi. Una voragine che ci ha lasciato in eredità disastri ambientali, cattedrali nel deserto abbandonate a se stesse e – per citare un antropologo come Marc Augé – “non luoghi” dove l’elaborazione del “tempo” e la definizione del proprio “essere nel tempo” diventano esse stesse difficoltose per ognuno di noi. Dove non “produciamo” più “rovine”, testimonianza del nostro passato, da contemplare e promuovere sul piano turistico, ma solo e soltanto “macerie” da buttarsi alle spalle e in cui non riconoscersi.
Questa è la sfida che ci aspetta. La sfida per renderci anche riconoscibili dalle nuove generazioni. Per lasciargli un mondo che fa della dignità del vivere sociale un punto fermo, un assoluto. Per poter guardare i nostri figli dritti negli occhi. Una sfida che dobbiamo affrontare con responsabilità. A partire dagli investimenti che realizzeremo con i fondi europei.
Riccardo Valentini
Capogruppo regionale Per il Lazio
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