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Detenuto morto a Poggioreale - Lunga intervista del Fatto Quotidiano alla madre Nobila Scafuro, che legge le lettere del figlio da Mammagialla e racconta la sua vita in cella

“Quando era a Viterbo, Federico era tumefatto e sanguinante”

di Stefania Moretti
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Il carcere di Mammagialla

Il carcere Mammagialla di Viterbo

Viterbo – “Basta giocare con i giovani. Questi detenuti non sono figli di nessuno!”.

Nobila Scafuro urla la sua rabbia ai microfoni del Fatto Quotidiano: suo figlio Federico Perna è morto in carcere a Poggioreale a 34 anni. Era malato di epatite C e cirrosi epatica. Non poteva stare in cella, ma è lì che ha finito di vivere. Tra lo spazio di quelle quattro mura spesse, dove, secondo i medici, non doveva stare.

Proprio con il nuovo caso Cucchi Il Fatto Quotidiano apre l’edizione online di oggi. Un articolo e una lunga intervista video alla madre Nobila, che legge le lettere del figlio da Mammagialla. Perché anche per Viterbo è passato un pezzo dell’agonia di Federico.

Nella sua peregrinazione triennale da un carcere all’altro, il 34enne ha incrociato anche il penitenziario viterbese. La madre dice di averlo trovato in condizioni terribili a ogni colloquio.

“Addirittura a Viterbo aveva gli occhi chiusi, gonfi così, tutto viola, tutto tumefatto, sangue dalla bocca, sangue dall’orecchio – spiega ai giornalisti del Fatto Quotidiano -. In quel caso lì, in quel frangente, ha pure perso il timpano, c’è scritto qui in alcuni referti. Questo ha subito mio figlio: solo torture. Torture psicologiche e torture fisiche”.

Eppure, come ricorda il quotidiano online di Peter Gomez, proprio da Mammagialla era scattato l’allarme sulle condizioni di salute di Federico. Il 28 giugno 2012 Franco Lepri, responsabile dell’area sanitaria del carcere di Viterbo, scrive alla direzione e al magistrato di sorveglianza: “Il carcere al momento non è compatibile con lo stato di salute del detenuto e quindi è peggiorativo per la sua salute, i contatti con le strutture sanitarie esterne sono possibili in ogni momento. Si richiede rapido trasferimento in un Cdt (Centro di detenzione terapeutica, ndr)”. Trasferimento che non avverrà mai. Anche se, per i medici oltre che per sua madre, è evidente che Federico sta male.

Dopo una visita a Mammagialla, i dottori scriveranno che “la sua cella è tutta sottosopra. Lo troviamo privo di vestiti. Non riesce ad alzarsi in piedi, a sostenere il capo, a mantenere la posizione seduta e a comunicare con noi. E’ obnubilato, non orientato nel tempo e nello spazio”.

Per ora, sulla carta, Federico è morto per collasso cardiocircolatorio. In attesa dei risultati dell’autopsia, all’interrogazione del deputato del Movimento 5 stelle Salvatore Micillo, il sottosegretario Giuseppe Berretta ha risposto che “Perna aveva sempre rifiutato il ricovero in ambito ospedaliero”. La madre insorge: “Ma come? E’ morto perché non gli davano le cure. Lui si tagliuzzava apposta le vene perché lo portassero in ospedale”.

Le sue lettere da Mammagialla e da altre carceri italiane parlano di un ragazzo giovane, ansioso di lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare dagli affetti. “Basta, da oggi non ci perderemo più”, scrive alla madre. “Tu sei la mia mamma e hai bisogno di qualcuno che ti coccola”. Poi gli sfoghi, più accorati a ogni lettera: “Mamma mi stanno rovinando. Sono due anni che giro carceri, non ce la faccio più. Lo so che questa non è una scusa perché il reato l’ho fatto e devo scontarlo, ma devo scontare il carcere non una pena umana”. E da Viterbo, sempre alla madre Nobila: “Scusa se ero un po’ assente ma qua mi hanno esaurito, mi sono aggravato di salute, il prossimo colloquio se ci sarà, sarà diverso e positivo, cercherò di farlo. Avevo voglia di abbracciarti ma ero come ipnotizzato”. 

Federico muore a Poggioreale dopo aver sputato sangue per giorni. Come i familiari di Stefano Cucchi, anche la madre del 34enne di Latina ha reso pubbliche le foto del corpo straziato del figlio. “Gliene hanno date proprio tante, fino a ucciderlo – dice ai giornalisti del Fatto -. Questo è un dubbio che è quasi una certezza dentro di me: sto aspettando solo il responso dell’autopsia per dire che lo Stato è un assassino”.

Stefania Moretti


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30 novembre, 2013

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