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L'opinione

Il festival delle luci mostra incongruenze e cadute ma va incoraggiato…

di Francesco Mattioli
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L'anteprima del festival delle luci a piazza del comune

L’anteprima del festival delle luci a piazza del comune 

L'anteprima del festival delle luci a piazza del comune

L’anteprima del festival delle luci a piazza del comune 

Piazza San Pellegrino deturpata

Piazza San Pellegrino deturpata 

Piazza San Pellegrino deturpata

Piazza San Pellegrino deturpata 

Viterbo – Il titolo del pezzo di Antoniozzi potrebbe dire tutto e chiudere lì il discorso; ritradotto: a Viterbo, dove non si è mai fatto nulla di buono, anche una piccola e modesta cosa può sembrare grande.

Conoscendo cosa si è fatto altrove con le luci (lasciamo stare Lione, quella è serie A con un milione di visitatori nei quattro giorni che dura, ma pensiamo ad altre città italiane, europee o nordamericane), i giochi proposti a Viterbo appaiono piccola e modesta cosa.

Lo spettacolo di luci viterbese mostra incongruenze e cadute: a piazza del Comune bastava spostare leggermente l’inquadratura per non centrare le finestre con il volto ripetuto della Madonna di Sebastiano del Piombo, a piazza Fontana Grande e a piazza San Carluccio non si capisce bene cosa illumina cosa, i “catafalchi” danno molto fastidio. Tuttavia a San Pellegrino o a piazza del Duomo la suggestione a mio avviso tiene, nel senso che è democratica, attira giovani e adulti, colti e meno colti, cittadini e forestieri, almeno a sentire i commenti delle persone che mi erano intorno. Niente di che, certo; ma una domanda sorge spontanea: dove è scritto che una eventuale storia della Bella Galiana dovesse essere cosa per adulti acculturati, piuttosto che per bambini e famiglie in libera uscita?

Le decine di commenti all’intervento di Antoniozzi hanno un valore: fotografano certe tendenze nelle opinioni della gente, anche se non di tutta le gente, perché quella che si esprime on line non è rappresentativa dell’universo del pubblico. Molti commentatori ritengono lo spettacolo una pecionata; ad altri è piaciuto. Nulla di strano, de gustibus non est disputandum. La domanda è: si poteva fare meglio, con settantamila euro? Forse sì, forse no? Nel dubbio, ho incaricato alcuni miei studenti francesi dell’Erasmus di farmi conoscere il budget finanziario del Festival Lumière di Lione: a leggere quei numeri sono impallidito; roba da sceicchi, e si paga pure il biglietto. Ma stiamo facendo raffronti sbagliati: a Viterbo c’è stato uno spettacolino di proiezioni animate, a Lione le luci vivono, danzano e ti parlano dentro.

Però, ragioniamo: nelle sere dei weekend natalizi, con la gente che passeggia tranquillamente a piazza del Comune o a via San Lorenzo senza temere il traffico, avvolta in suoni e colori, sembra di stare altrove; sembra di stare finalmente in una città vogliosa di fare qualcosa per i propri cittadini.

Vero che a Viterbo anche una piccola e modesta cosa può sembrare grande, ma ricordiamoci che questa città è capace anche di avere una cosa grande in assoluto, la macchina di Santa Rosa che, con buona pace di Nola, Palmi e altre città di macchine verticali, è un unicum spettacolare e antropologico di livello eccezionale e irripetibile, e inconfrontabile. Proprio per questo, non si comprende perché la macchina a Viterbo non dovrebbe essere ovunque, proiezioni di luci comprese: Siena il Palio te lo mette persino sulle caramelle. E devo dire che a San Pellegrino la rievocazione della Macchina e la celebrazione del suo riconoscimento Unesco sono fatti con discrezione e con qualche raffinatezza stilistica.

Insomma, non stiamo sempre lì con il fucile puntato. E’ pericoloso, mi permetto di dirlo da ex assessore alla cultura. Perché i corvi pronti a scippare i pochi soldi destinati alla cultura e allo spettacolo sono sempre in allerta. Già sono spuntati quelli che avrebbero voluto usare i settantamila euro per le solite buche della strada: è già accaduto per Caffeina, per Tuscia Operafestival, per il Phersu d’Argento, perfino per la Macchina di Santa Rosa. A sentir loro a Viterbo ci dovrebbero essere solo strade asfaltate, poi libri, letture, concerti, spettacoli, chissenefrega, che roba è, si mangia? Ci vuole poco ad affossare ogni tentativo di fare cultura, basta sparargli contro.

Certo, il ragazzo (lo spettacolo di luci) stenta ancora, ma vedo che ha cercato di applicarsi, che ha intenzione di studiare e di migliorare: facciamogli qualche complimento di incoraggiamento. Aiutiamolo, proviamo a proporgli nuovi esercizi, ma se gli diciamo chiaro e tondo che è un somaro, pedagogicamente parlando non è che gli facciamo del bene: pungoliamolo sì, ma motiviamolo e diamogli il tempo di prepararsi meglio.

Altrimenti viene il dubbio che qualcuno sia rimasto vittima della sindrome di Bartali, quella che ripete in continuazione che “ l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. A Viterbo questo è stato sempre lo sport più praticato e gli amici Galeotti e Antoniozzi sanno perfettamente che rischia anch’esso di tradursi in una espressione di provincialismo, o quanto meno di immobilismo. Diceva mio nonno che, a non fare, non si sbaglia mai, ma a non far nulla si muore presto. Sta a chi vede lontano aiutare i miopi ad andare avanti, senza abbandonarli alle loro deficienze…

Francesco Mattioli

 


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24 dicembre, 2013

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