Viterbo – Nelle scienze forestali c’è un gruppo di cui andar fieri. E’ formato da Bartolomeo Schirone, Gianluca Piovesan, Rosanna Bellarosa e Marco Cosimo Simeone. Tutti scienziati del dipartimento Dafne dell’università della Tuscia. Loro sono risultati essere il miglior gruppo di ricercatori italiani, nell’ambito forestale, secondo la recente valutazione della qualità della ricerca eseguita a livello nazionale del ministero dell’istruzione, università e ricerca.
“Lo dico con molto orgoglio – sottolinea il professor Schirone – e non tanto perché siamo risultati essere i primi per la qualità della ricerca ma perché abbiamo raggiunto questo obiettivo con risorse minime, soprattutto se paragonate a quelle che arrivano ad altri gruppi di ricerca forestale, di altri atenei e della stessa Tuscia”.
Bartolomeo Schirone è uno dei docenti storici dell’ateneo viterbese, uno di quelli che fa sì che l’università della Tuscia continui ad essere “a misura di studente”. Con ogni ragazzo che si iscrive ai suoi corsi instaura rapporti duraturi. “Studenti che si sono laureati anche 10 anni fa – racconta il prof – ancora passano da queste parti a raccontarmi cosa fanno e magari a cercare consiglio”. E di tutti ricorda nomi, attitudini e come hanno proseguito nel cammino professionale da loro scelto.
“C’è da dire che formiamo ottimi forestali, in grado di gestire tutti gli aspetti relativi alla conservazione della natura e delle foreste compresi quelli produttivi. Questo perché la formazione che offriamo è davvero di livello e non lascia niente al caso. Da noi non si iscrivono solo ragazzi per la laurea di primo livello in scienze e tecnologie per la conservazione delle foreste e della natura, ma anche per quella magistrale in conservazione e restauro dell’ambiente forestale e difesa del suolo. E soprattutto in questo secondo percorso di studi arrivano studenti dalle preparazioni più disparate. Vengono da architettura, scienze naturali, ambientali, ingegneria, matematica, geografia e perfino sociologia. Anche per quest’anno le prime iscrizioni sono andate bene, sia qui a Viterbo che a Rieti, dove abbiamo un altro corso di studi”.
Le immatricolazioni per la laurea di primo livello sono circa 50, in linea con i numeri dello scorso anno. Anche a Rieti sono arrivate intorno a 50 domande di iscrizione. Per quanto riguarda le lauree magistrali invece le iscrizioni si chiudono a febbraio e per il momento sono più di venti. Anche per quelle di primo livello c’è ancora tempo. Con una piccola mora ci si più iscrivere all’università fino al 31 dicembre.
“I numeri – dice ancora Schirone – sono positivi senza nessun decremento rispetto agli anni passati. E questo, soprattutto in un momento così delicato, è incoraggiante. Probabilmente i numeri sono sempre positivi perché abbiamo un’offerta didattica interessante, i ragazzi sono seguiti e dedichiamo molto tempo alle attività pratiche. Io ad esempio un giorno a settimana faccio lezione all’aperto, nel bosco, in strada a riconoscere gli alberi… praticamente siamo sempre in giro. E di certo non facciamo simulazioni. E poi ci sono effettive prospettive di lavoro, specie all’estero”.
Ma cosa si studia principalmente? Si parte dagli studi di base che comprendono ovviamente anche il riconoscimento delle piante e degli animali e la conoscenza degli ecosistemi e poi si passa alla parte prettamente forestale sulla conservazione, il recupero della funzionalità ecologica e produttiva dei sistemi, l’ingegneria e le tecnologie ambientali e il restauro sulle aree degradate. E poi ovviamente ci sono i progetti che il gruppo di Schirone culla e porta avanti con l’aiuto di assegnisti e dottorandi. Tra questi ve ne sono attualmente tre internazionali finanziati dall’Ue.
Il primo, coordinato da Bellarosa, si chiama Regent Forest e analizza l’influenza di differenti spettri luminosi sulla biologia delle piante. Il secondo invece, coordinato proprio da Schirone, si chiama Zephyr. L’obiettivo di questo progetto è quello di realizzare un apparato per la crescita delle piante, una macchina cioè completamente robotizzata, che in un mese trasformi i semi in piantine. Ad entrambi questi progetti partecipano 10 paesi e 14 partener diversi. Il terzo progetto, Debpal, coordinato insieme con la professoressa Vallino, geografa del dipartimento Distu, ha l’obiettivo di contribuire alla conservazione delle biodiversità nei territori palestinesi anche attraverso la formazione di donne specializzate. “E’ giusto e necessario, infatti, che la conservazione dell’ambiente – sottolinea Schirone – passi per il rispetto delle pari opportunità. In questo momento sono ospiti del Dafne due dottorande palestinesi che vi rimarranno per almeno altri due anni”.
“Vi sono poi i progetti coordinati da Gianluca Piovesan, come quello sulle foreste vetuste che ha portato alla creazione di una rete in Europa, che ne studia i criteri per l’identificazione la gestione. La valenza di questo progetto sta nel fatto che le foreste vetuste sono di fondamentale importanza per comprendere le proprietà delle foreste in condizioni naturali e fu il nostro gruppo, una decina di anni fa a scoprire, nel Parco nazionale d’Abruzzo, la faggeta più vecchia dell’emisfero boreale. Ora Piovesan sta cercando di far entrare le principali faggete vetuste italiane nella rete europea delle faggete Unesco patrimonio dell’umanità. Marco Simeone, infine, sta dedicando tutti i suoi sforzi alla ricostruzione delle antiche differenziazioni a livello genetico delle specie forestali e a lui si deve l’istituzione della banca mediterranea del dna forestale e l’applicazione alle specie forestali del sistema di identificazione cosiddetto barcoding”.
Ma cosa spinge un ragazzo a iscriversi a questo percorso di studi? “Io sono un laureato in biologia che, grazie a un professore di botanica eccezionalmente bravo, ho capito che nella vita dovevo occuparmi di piante e non di uomini. Per appassionarsi a questa disciplina bisogna essere governati innanzitutto dalla passione per l’ambiente. E avere una visione prospettica molto lunga. Qui serve il futuro anteriore e non il futuro prossimo. Un medico, tanto per fare un esempio, interviene sui problemi di salute e cerca di risolverli. La sua responsabilità finisce non appena il malato guarisce. La nostra responsabilità invece è diversa, perché siamo responsabili dell’ambiente che troveranno le generazioni che verranno dopo di noi. La conservazione – dice infine – è un’operazione complessa e difficile. Ai ragazzi che verranno consiglio di non vedere solo il domani, ma di andare oltre. Perché altrimenti si è già vecchi”.
Maria Letizia Riganelli
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