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L'alambicco di Antoniozzi

A proposito di appartenenza e spirito critico

di Alfonso Antoniozzi
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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi 

Viterbo – Ogni essere umano, che lo voglia o no, “appartiene” a una categoria: a quella degli esseri umani, per cominciare, e poi via via digradando verso una serie di sottocategorie a seconda del colore della pelle, di quello degli occhi, dei capelli, dell’orientamento sessuale, eccetera, eccetera, eccetera.

Al di là di queste appartenenze alle quali non potremo mai sottrarci perché inscritte nel nostro dna, esistono le appartenenze cui “scegliamo” di appartenere: le appartenenze sportive, politiche, ideologiche, culturali, ambientali, culinarie… tutte quelle appartenenze, insomma, che attengono alla sfera delle idee, delle scelte e del gusto personali.

L’appartenenza è una buona cosa. Molti popoli si sono salvati e hanno perpetuato la loro identità proprio grazie al senso di appartenenza; gli ebrei, ad esempio, seminati per il mondo da una ultramillenaria diaspora, sono riusciti a mantenere viva la loro identità di popolo proprio grazie all’appartenenza, al sentirsi parte di un pensiero e di una fede comuni.

Molti trovano nell’appartenenza la forza per superare le paure e opporsi alle imposizioni della società: la comunità Glbt ad esempio, se non avesse sviluppato un forte senso di appartenenza, non sarebbe mai riuscita ad alzare la testa e a cambiare in cinquanta anni la percezione che la società aveva del mondo omosessuale. La stessa cosa si può dire di qualsiasi altra associazione di esseri umani che, a un certo punto della loro storia, hanno deciso che la misura fosse colma e che era arrivato il momento di smetterla di esser percepiti come “diversi” se non addirittura come “minori”.

E’ una buona cosa, l’appartenenza. Dà coraggio, dà forza, non ti fa sentire solo, sviluppa il senso di condivisione, aiuta a raggiungere un comune obiettivo. Ogni essere umano, almeno una volta nella vita, dovrebbe fare esperienza diretta dell’appartenenza.

Ma ogni essere umano dovrebbe stare sempre ad occhi ed orecchie ben aperti, perché l’appartenenza è un’arma a doppio taglio: se la si abbraccia senza se e senza ma, in un attimo l’appartenenza può diventare un cancro, un paraocchi, un estintore dello spirito critico.

Pur di appartenere, di sentirsi parte del gruppo, l’essere umano spegne temporaneamente la propria capacità di giudizio e decide, coscientemente o meno, che tutto quello che il gruppo fa è ben fatto, anche quando l’evidenza posta davanti ai suoi occhi sta gridando il contrario.

Se l’appartenenza è una buona cosa, l’orgoglio dell’appartenenza e soprattutto l’identificarsi con essa a parere mio non lo è affatto, anzi è un male peggiore di qualsiasi bene possa portare con sè l’appartenere a un progetto condiviso, a un gruppo, a un’etnia.

In altre parole, e a mero titolo di esempio: non perché io appartenga all’insieme di chi scrive su questo giornale, automaticamente devo sentire il dovere di difendere a spada tratta qualsiasi riga venga pubblicata qui sopra, pena la perdita dell’appartenenza. Io mi sento parte di questo giornale, ma se un articolista scrivesse qualcosa che non condivido, non sento l’imperativo categorico di spegnere l’interruttore dello spirito critico e giustificare ogni sua riga al grido di “noi di Tusciaweb”.

In questa Italia invece, regge ancora il detto “chi non è con noi è contro di noi” di orribile memoria storica, e qualsiasi nota critica (interna o esterna ad un gruppo) viene immediatamente presa come vituperio, partigianeria, spocchia, tradimento.

Viviamo nel trionfo del pensiero unico e nel terrore del pensiero critico, tanto che “critica”, ai nostri tempi, ha nell’immaginario comune una connotazione squisitamente negativa mentre è parola che proviene dal greco e significa semplicemente “giudizio”, niente di più.

Fa sorridere il fatto che l’altra parola che ormai ha assunto un significato negativo sia “intellettuale”, parola che in realtà sta a definire qualcuno che lascia che siano il pensiero e il ragionamento a prevalere sul sentimento e sulla fantasia. Uno che, dunque, eserciti il pensiero critico, al di là di ogni appartenenza. Uno, insomma, che indipendentemente dall’appartenenza che ha scelto o in cui si è trovato a vivere, ha una mente che gli ricorda quel principio di autodeterminazione che disegna la chiara linea di confine tra un gruppo e un gregge.

L’unica appartenenza possibile, dunque, è una “libera” appartenenza, cosa che ai nostri tempi può suonare come un ossimoro. Ma non lo è. Non lo è affatto. Anzi credo che sia proprio la libera appartenenza l’unica strada che ci consenta di rimboccarci le maniche e cominciare davvero a ricostruire partendo dalle macerie che abbiamo davanti, lasciando definitivamente da parte le idee preconcette e le difese d’ufficio e assicurandoci che qualsiasi tifoseria resti circoscritta dai cancelli di uno stadio.

Buona appartenenza a tutti.

Alfonso Antoniozzi


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30 dicembre, 2013

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