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L'alambicco di Antoniozzi

Sebastiano del Piombo sia solo l’inizio

di Alfonso Antoniozzi
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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

La Flagellazione con i riflessi delle luci

La Flagellazione di Sebastiano Del Piombo con i riflessi delle luci 

Viterbo – Che a Viterbo fosse tempo di tirare fuori dal dimenticatoio le due tele di Sebastiano del Piombo conservate nel nostro patrimonio museale basterebbe a dimostrarlo il fatto che il volto della Madonna dipinta dal pittore veneziano, inspiegabilmente triplicato e lodevolmente proiettato nel corso di “Luminaria” sulla facciata del palazzo comunale, per la maggior parte dei viterbesi fosse inequivocabilmente “Santa Rosa”. Il che la dice lunga, credo, non solo su come le due opere di Sebastiano siano un tesoro sconosciuto alla città che lo custodisce, ma anche sulla valorizzazione del nostro patrimonio artistico e su un altro paio di coserelle che non dirò per evitare che nei commenti a questo articolo si scateni l’inferno.

Bene dunque ha fatto l’amministrazione ad allestire un’esposizione incentrata su questi due dipinti, e bene ha fatto ad inaugurarla durante le feste natalizie, un periodo dell’anno in cui si suppone e si spera che il pubblico abbia qualche manciata di ore in più da dedicare alla visita di una mostra.

A nulla valgono, a mio parere, le eccezioni di chi dice che i due temi trattati, inequivocabilmente “pasquali”, mal si accordino col Natale: se un albero di natale può essere un’opera d’arte, un’opera d’arte non è un albero di natale, e ha una valenza che va al di là della storia e del “tempo” che sta raccontando.

Potrei annoiarvi qui con alcune notizie su Sebastiano, sul come e sul perché abbia operato a Viterbo, sul suo sodalizio non solo artistico con Michelangelo, sulle teorie degli studiosi riguardo al contributo michelangiolesco alla “Pietà”, sul come e perché alcune di queste teorie siano dimostrate da studi recenti, ma non lo farò: vi invito invece a visitare la mostra dove molte delle vostre curiosità in merito saranno soddisfatte se avrete la pazienza, dote rara nei tempi in cui tutto deve svolgersi “in tempo reale”, di soffermarvi a leggere con attenzione la documentazione che accompagna con intelligenza alla visione dei dipinti.

Si poteva far di meglio? Certo che sì, come in tutte le manifestazioni dell’animo umano. Ma a differenza dello sciaguratissimo “Luminaria”, probabilmente allestito all’insegna del “che ce vole?” e dove gli strafalcioni tecnici, l’obiettivamente approssimato allestimento e l’assenza di un’idea portante ed omogenea sono visibili ed evidenti per chiunque sia dotato di un sereno metro di giudizio, nel caso di questa mostra le eccezioni attengono alla sfera del giudizio personale, e sono dunque opinabilissime e lasciano un po’ il tempo che trovano.

Personalmente ritengo che sarebbe stato meglio collocare i due dipinti in uno spazio neutro e non nella sala regia: a parere mio la ridondanza pittorica della sala la fa da padrone rispetto alle due opere esposte (un po’ come se si mettessero due ciliegie rosse su una tovaglia rossa in una stanza dipinta di rosso), e la struttura voluta da chi ha allestito la mostra mal si accorda con la sala che la ospita, mentre in uno spazio neutro si avrebbe avuto modo di apprezzarla. Ma va bene anche così. Anzi benissimo, se si considera la celerità con cui questa esposizione è stata ideata, progettata e realizzata.

Sempre a parere mio, i giganti cartelloni pubblicitari affissi per la città lasciano intuire che l’esposizione sia una monografica su Sebastiano e consti di molto più di due tele: un semplice occhiello sotto la scritta “Sebastiano del Piombo” che recitasse “La Pietà e la Flagellazione” oppure “le tele dai musei comunali” avrebbe chiarito l’equivoco. Potrei continuare con altri esempi, ma come ripeto sono valutazioni che attengono alla sfera del giudizio personale, bazzecole insomma, poco più di una chiacchiera da bar o, per essere al passo coi tempi, di un commento in calce a un post di Facebook.

La cosa importante è che questi due dipinti siano stati restituiti alla cittadinanza, che la cittadinanza sappia che esistono, e che questa mostra sia solo la prima di tante iniziative analoghe volte a valorizzare e far conoscere il nostro patrimonio storico e artistico, magari immaginando per il futuro collaborazioni con realtà analoghe a quella viterbese che inneschino un sistema di imprestiti e sinergie e che consentano alle iniziative in questione di essere esportate, non solo pubblicitariamente, fuori dal territorio cittadino.

Mi permetto di suggerire e di auspicare che tra i prossimi oggetti d’attenzione ci siano Lorenzo da Viterbo e la sua Cappella Mazzatosta, laboratorio sperimentale e pionieristico per i moderni restauratori nel dopoguerra ed esempio pittorico di quella “città ideale” immaginata da Piero della Francesca che aspetta da seicento anni di esser trasformata da sogno di un artista a solida realtà per tutti i cittadini.

Il che è anche il mio augurio per l’anno che verrà.

Alfonso Antoniozzi

 


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27 dicembre, 2013

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