Viterbo – Il 4 dicembre è arrivato il riconoscimento dall’organizzazione delle nazioni unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) a conferma che anche il trasporto della Macchina di Santa Rosa da Viterbo è patrimonio immateriale dell’umanità nell’ambito del progetto della “Rete delle grandi macchine a spalla”.
Un successo garantito dalla “Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale” che tutela, tra le altre cose, “gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi, che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui, riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale”.
Una tradizione questa delle “macchine”, portate a spalla dai facchini, presente nel capoluogo viterbese e anche in alcuni paesi della provincia.
La più conosciuta nel nostro territorio è sicuramente la “Macchina di santa Rosa”.
Altre “macchine” meno conosciute, ma non per questo meno importanti, sono le “strutture processionali” del santissimo Salvatore e della Madonna liberatrice nella città di Viterbo, di san Matteo a Fabrica di Roma, di san Bartolomeo a Ronciglione, dei santi martiri a Tuscania, della Madonna della Stella a Oriolo Romano, della Madonna di Maggio a Villa San Giovanni in Tuscia e della Madonna del Rosario a Piansano.
Era in uso, poi, anche una “macchina” utilizzata per la festa dell’Assunta a Civita Castellana mentre a Vallerano ne esistevano addirittura quattro: per l’Assunta, per la Madonna della consolazione, per la Madonna del Rosario e per san Vittore.
Tutti questi importanti riti processionali che hanno origini antichissime andrebbero ancor più valorizzati e conservati. L’importante riconoscimento dell’Unesco per la “Macchina di Santa Rosa”, va in questa direzione.
La “macchina” della Madonna liberatrice è ancora oggi conservata all’interno della chiesa della Trinità a Viterbo e viene trasportata a spalla tutti gli anni in riferimento al miracolo avvenuto il 28 maggio 1320.
I festeggiamenti viterbesi in onore del santissimo Salvatore, invece, fanno riferimento al ritrovamento di una sua immagine, avvenuto nel 1283, nel campo della “Chirichera”. Icona che ancora oggi è conservata all’interno della chiesa di santa Maria nuova che risale all’XI secolo.
Della “macchina” del santissimo Salvatore, trasportata a spalla dai facchini per le vie della città la sera del 14 agosto di ogni anno, si ha notizia, tra l’altro, in alcune fonti storiche risalenti al 1712 dove è scritto che “fu realizzata per quaranta scudi dall’ebanista Giovan Vincenzo Calmes” e che nel 1713 fu indorata per una spesa di cinquanta scudi.
Personalmente ho avuto la fortuna di ritrovare alcuni documenti manoscritti, conservati presso la biblioteca comunale, risalenti al 1787, che la descrivono anche nei minimi particolari. E in questi giorni l’associazione culturale Take Off e la proloco di Viterbo, nella fattispecie, stanno studiando l’elaborazione un progetto comune per il recupero di questa antica tradizione.
La celebrazione della festa del santissimo Salvatore, curata dalla confraternita dei “bifolchi”, era molto importante e, negli statuti del 1344 e del 1469, era fissata per la sera del 14 agosto, alla vigilia della festa dell’assunta, con su scritto anche l’ordine che le arti dovevano rispettare nella sfilata.
L’interesse dei viterbesi per questa festività era talmente alto che in piazza san Silvestro si disputava addirittura un palio.
Per molti anni la macchina del santissimo Salvatore fu di pregevole fattura. La processione fu effettuata fino al 1870 e poi si tenne per un lungo periodo soltanto all’interno della chiesa e fu ripristinata soltanto nel 1918.
Oggi la processione attraversa alcune vie del centro storico ma nel passato arrivava a passare fino ai quartieri di san Faustino e di Pianoscarano.
Le tradizioni importanti nella città di Viterbo, e in tutto il territorio viterbese, sono tante. E allora in molti sono a domandarsi: perché non investire risorse per riscoprire e valorizzare il nostro senso d’identità e la nostra storia?
Silvio Cappelli
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