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L'opinione del sociologo - Una riflessione sulla distinzione dei due termini e sulle loro derivazioni

Ma parliamo di coppie o di famiglie?

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – C’è qualche confusione nell’attuale dibattito politico e sociale che coinvolge i concetti di coppia e di famiglia; confusione che temo sia stata ingenerata in parte anche dall’Istat, il quale per ragioni statistiche ed economico-fiscali considera famiglie anche i nuclei composti da un solo soggetto (famiglie unipersonali) o da soggetti meramente conviventi sotto uno stesso tetto.

La definizione che l’Istat dà della famiglia è estremamente generica: “un insieme di persone coabitanti, legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, affiliazione, tutela o affettivi”; inoltre precisa che “ una famiglia può essere costituita anche da una sola persona la quale provvede in tutto o in parte ai propri bisogni”.

Non solo: l’Istat individua anche i “nuclei familiari”, che sono rappresentati da un insieme di persone tra loro coabitanti che sono legate dal vincolo di coppia e/o rapporto genitore-figlio”. Non tutte le famiglie sarebbero nuclei familiari, quindi, mentre tutti i nuclei familiari sarebbero anche famiglie. C’è di che far girare la testa alle persone normali, lo ammetto.

Viene da chiedersi allora quali significati ulteriori, di carattere sostantivo e non formale, si possano attribuire ai due concetti di coppia e di famiglia. Qui soccorrono le scienze sociali (psicologia, psicologia sociale, sociologia, antropologia), che qualche suggerimento sono in grado di darlo.

La coppia è composta da due persone (A-B) che, per motivi affettivi di varia natura, interagiscono e si influenzano fra loro, e che considerano il loro rapporto come una parte talmente importante della propria esperienza di vita da decidere di convivere sotto uno stesso tetto. Coppia di sposi, quindi, ma anche coppia di persone non coniugate e coppie omosessuali che si amano a vario titolo.

In tal caso la natura del rapporto è dettato dal reciproco impegno personale/morale che i due soggetti si scambiano, esplicitamente o implicitamente. Lo stato può intervenire a definire alcuni aspetti legali di questa convivenza, ad esempio riconoscendola formalmente al fine di tutelare alcuni diritti acquisiti.

La coppia in tal caso può anche essere enumerata sul piano giuridico-fiscale tra le famiglie, ma differisce dalla famiglia se a quest’ultima si accorda un significato psico-sociologico e antropologico differente. In tale prospettiva, infatti, la famiglia diventa tale solo se sono presenti dei figli e questo non per una tradizione storico-antropologica, religiosa o ideologica, ma semplicemente perché rispetto al rapporto esclusivo di coppia si viene ad evidenziare un soggetto terzo, nei confronti del quale ciascun membro della coppia viene a porsi relazionalmente in modo significativo e soggettivo.

In altri termini in una famiglia, anche composta soltanto da tre persone, non avremo più “un” rapporto di coppia, ma di fatto ne avremo tre: A con B, A con C, B con C. Non solo: ciascuno di questi tre rapporti di coppia sarà influenzato dall’esistenza del terzo soggetto.

Qualcuno potrebbe obiettare che la terza persona potrebbe non essere necessariamente un figlio, ma un altro tipo di convivente; in realtà, la problematica attuale sulla famiglia riguarda proprio il caso (il più diffuso, del resto) in cui il terzo soggetto abbia nei confronti della coppia iniziale un rapporto di dipendenza generazionale, filiativa e quindi pedagogico-educativa. In altri termini, quel rapporto che nella coppia (A-B)è caratterizzato da parità ed esclusività, diventa nella famiglia (A-B-C) un insieme più complesso di rapporti perché alcuni sono simmetrici, altri sono asimmetrici.

Se consideriamo la famiglia da questo punto di vista (è una scelta sociologica e forse ideologica, non giuridica), emerge immediatamente il problema della sua funzione “educativa”.

Per millenni la famiglia è stata la prima e più importante agenzia di socializzazione, capace di trasmettere valori, regole comportamentali, nozioni volte ad integrare i nuovi soggetti nel sistema sociale; in parte questa primazia è oggi stemperata dalla forte concorrenza degli influssi che provengono dai sistemi formativi, dal gruppo dei pari e soprattutto dai mass media, ma appare tuttora fondamentale il ruolo genitoriale nell’educazione delle nuove generazioni.

Ebbene, gli psicologi e i sociologi della famiglia hanno notato che, nella nostra società attuale, emergono due modelli di socializzazione concomitanti, l’uno di natura organizzativo-funzionale (che insegna a fare e ad organizzare), l’altro di natura socio affettiva (che insegna a provare e a valutare emozioni); tradizionalmente nella famiglia mononucleare queste due funzioni sono state svolte rispettivamente dal padre e dalla madre, ma è comunque necessario, direi inevitabile, che siano svolte da due soggetti differenti.

Non a caso famiglie monoparentali (un solo genitore) e famiglie pluriparentali (più di due genitori) corrono ancor oggi il rischio di andare incontro a problemi di socializzazione dei figli, o per carenza di modelli educativi o per sovrapposizione di modelli educativi divergenti. Sono talmente tante le ricerche che illustrano tali aspetti che mi sembra difficile poter accettare ragionevoli obiezioni a riguardo.

Tutto ciò non significa necessariamente che una famiglia debba essere composta da due genitori di sesso diverso, anche se nei fatti questo facilita tuttora una migliore socializzazione della prole. Quel che significa è soprattutto un’altra cosa: che quando ci sono di mezzo i figli, cioè quando c’è di mezzo la famiglia intesa sul piano sociologico come alternativa alla coppia, cambia completamente la prospettiva “etica” (cioè il criterio di ciò che è giusto o ingiusto) del comportamento dei suoi membri.

Mentre nella coppia i due soggetti A e B si responsabilizzano l’uno verso l’altro, nella famiglia A-B-C la responsabilizzazione riguarda innanzitutto il rapporto degli adulti A e B nei confronti della prole C. E questo, perché è tuttora necessario – vorrei dire obbligatorio- assegnare alla famiglia A-B-C un ruolo fondamentale di socializzazione primaria. Ciò significa che altri sono i problemi – psicologici, sociali, giuridici – della “coppia”, altri sono quelli che riguardano la “famiglia”: insomma, l’etica della coppia non coincide con l’etica della famiglia. Semmai può esserne parte (ad esempio, se due genitori si rispettano ne consegue un beneficio per i figli).

Se le cose stanno così, si giunge inevitabilmente ad alcune conclusioni “forti”: a) non si possono fare o adottare figli solo per il gusto di averne; b) non si possono fare o adottare figli con la speranza di risolvere problemi relazionali della coppia; c) non si possono fare o adottare figli in attesa e prima che la legislazione (statale) sulle coppie di fatto abbia fatto il suo corso; d) non si possono avviare politiche di tutela esclusiva della coppia se sono presenti figli; e) le politiche di tutela della famiglia si fondano innanzitutto sui diritti dei figli; f) le politiche a favore della coppia (ad esempio il registro delle coppie di fatto) e le politiche a favore della famiglia (ad esempio, tutela dei figli e individuazione delle responsabilità educative dei singoli genitori) sono cose diverse ed esigono strategie e progettualità differenti.

Ad esempio, l’ipotesi di definire i genitori, a certi fini giuridici, come genitore 1, genitore 2, genitore 3, evitando riferimenti alle differenze di genere e alla composizione effettiva, quotidiana, della famiglia, non significa praticare il politicamente corretto, significa tutelare soltanto le escursioni esistenziali degli adulti, e delle coppie, piuttosto che il diritto dei figli ad avere certezze cognitive e relazionali su ruoli e compiti dei propri “genitori” così come essi li riconoscono sul piano affettivo, parentale e educativo.

Queste affermazioni potranno far storcere il naso agli statistici, e soprattutto a taluni soggetti politici impegnati in una propria pur degnissima battaglia ideologica (anche da fronti opposti), ma temo che sul piano psicosociologico le cose stiano diversamente da come intendono loro. E forse non sarebbe male tenerne conto.

Francesco Mattioli


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10 gennaio, 2014

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