Viterbo – In piazza San Faustino è esistito fino agli anni Cinquanta un grande lavatoio pubblico. Fu demolito, insieme a parte del giardino parrocchiale e ad un tratto di mura castellane, per realizzare la nuova via Signorelli (dove fu diversamente ricostruito) necessaria a collegare l’erigendo quartiere del Pilastro.
Era un luogo pieno di vita dove le lavandaie erano presenti già alle prime ore del mattino. Per poter esercitare questo mestiere, tanti anni fa, si doveva fare domanda al Podestà.
A ciascuna lavandaia era rilasciato un permesso relativo ad un lavatoio, e solo in questo essa poteva lavare. Nella domanda bisognava specificare i mezzi di lavanderia adottati, il tipo di liscivazione, quali vasi, quale sapone, quale punto della città si sceglieva per stenditoio, quali mezzi di asciugamento venivano usati in tempi piovosi.
La lisciva usata era fatta con la cenere del camino e serviva per lavare e candeggiare i tessuti. Le lavandaie di San Faustino, forse alla pari delle altre, contravvenendo alle norme igieniche in vigore, erano solite gettare la lisciva, detta volgarmente “ceneraccio”, all’angolo tra via Pio Fedi e Piazza San Faustino nel vicolo che proprio per questo motivo aveva preso il nome di Vicolo del Ceneraccio.
Era la lavandaia che rilevava dalle case la biancheria sporca e la infilava in sacchi bianchi puliti che ogni famiglia doveva avere a disposizione. Nei pressi era anche il Vicolo del Lavatoio, oggi diventata Via delle Mura.
Il lavatoio, successivamente spostato in Via Signorelli, è rimasto attivo fino agli anni Settanta. Poi l’ingresso fu murato e da quel momento è iniziato il suo stato di abbandono e di degrado. Oggi sono rimaste le grandi lastre in peperino del piano di lavaggio, sotto una struttura fatiscente, e tanta sporcizia. Proprio nel centro della città. Questa testimonianza materiale, che ha valore di civiltà e per questo è da considerarsi un bene culturale a tutti gli effetti, potrebbe essere recuperata e utilizzata in un qualsiasi altro modo diverso, e sicuramente migliore, di quello attuale.
Silvio Cappelli
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