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Viterbo – Un pezzo di storia viterbese che langue in pieno centro, tra erbacce, incuria e saccheggi (fotocronaca).
E’ il complesso di San Simeone e Giuda. Ex convento, adibito fino al 2003 a centro trasfusionale, oggi è finito in malora, al riparo delle mura ma sotto gli occhi di tutti, nel centralissimo viale Raniero Capocci. Sono stati gli inquirenti, come per il saccheggio di Palazzo Spreca, a intervenire intimando la messa in sicurezza alla Asl, proprietaria dell’immobile.
Un provvedimento di assoluta urgenza, seguito al sopralluogo dei primi di febbraio. Gli uomini della procura, coordinati dal procuratore capo Alberto Pazienti, hanno notato una spaccatura in una delle capriate portanti del tetto. Il rischio era che l’intero stabile crollasse sulla sottostante via Palazzaccio.
La trave è stata puntellata. Ma per riportare l’ex convento all’antico splendore servirebbe un miracolo.
Basta varcare l’arco accanto a porta della Verità per trovarsi davanti il complesso di San Simeone e Giuda: dentro, si spalancano migliaia di metri quadrati di incuria e distruzione. Il giardino sul cortile esterno è una foresta. Le erbacce sono cresciute rigogliose fino a spaccare i pavimenti del chiostro del 1300. E poi la grossa perdita d’acqua nella cantina sotterranea, che rischia di mettere in pericolo anche il santuario di Santa Rosa, cui l’ex convento è collegato da un tunnel sotterraneo.
Da chiesa e ospedale dei monaci Armeni, il complesso è passato ai Gesuiti, alle Suore francescane e alle Clarisse. Per poi essere ceduto alla Asl, con la cartolarizzazione nel 2003.
Un edificio nel più totale abbandono e alla mercè di chiunque. Perché chiunque poteva entrare, fino a pochi giorni fa. I predoni dell’arte hanno devastato l’immobile, fino a farne meta di periodiche razzie. E all’incuria si aggiunge il saccheggio: spaccata la fontana; sparita la statua della Madonna; strappato uno dei rosoni che affrescano il chiostro, una decina in tutto, raffiguranti nobili e santi dell’epoca. In uno, forse, compare persino santa Rosa, con una corona di rose in testa.
Nei cumuli di scatoloni al primo piano si conservano alla bene e meglio le cartelle cliniche dei malati degli anni Trenta e Quaranta. Gli stessi che la Soprintendenza per i beni storici artistici aveva ordinato di trasferire all’Archivio di Stato nel 2009. Ma i documenti marciscono ancora in quelle scatole impilate l’una sull’altra. Carte di inestimabile valore storico, tra le quali spunta il progetto dell’ospedale di Montefiascone.
Al pian terreno, resta ben poco della chiesa del 1800: il tabernacolo non esiste più e neppure il quadro dietro all’altare. Le balaustre sono state smontate. Ma da chi? I segni dei carotaggi sul pavimento rivelano il sicuro passaggio dei tombaroli. Così come i butti aperti nelle pareti per rubare ceramiche e aprire tombe. Ma è impossibile identificare gli autori di dieci anni di devastazione.
La procura ha aperto un fascicolo che, per ora, è contro ignoti e senza ipotesi di reato. L’obiettivo messa in sicurezza del tetto è stato raggiunto. Il resto spetta alla Asl: gli inquirenti di via Falcone e Borsellino chiedono di sbarrare per sempre l’ingresso a vandali e predatori.
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