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Vendute, violentate e segregate a due passi dal centro

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Viterbo- Via Cattaneo

Viterbo – Via Cattaneo 

La Corte d'Assise

La Corte d’Assise

L'avvocato Fabrizio Ballarini

L’avvocato Fabrizio Ballarini

I giudici della Corte d'Assise viterbese leggono la sentenza

I giudici della Corte d’Assise viterbese leggono la sentenza

Viterbo – L’inferno a due passi dal centro. Dietro la porta di un condominio in via Cattaneo, A. veniva picchiata e violentata. Aveva solo 16 anni. Quel condominio, oggi, a Viterbo, lo chiamano “Palazzaccio”.

E’ qui che la ragazzina si prostituiva ogni giorno, costretta a farlo per mantenere i suoi “padroni”. “Se rifiutavo mi ammazzavano”, ha raccontato ai giudici. Come quella volta che fu portata sulla Cimina per essere bastonata con una trave di legno. Una delle poche volte che uscì dal “Palazzaccio”.

La vita normale era una rampa di scale sotto, tra il traffico della città e le mamme indaffarate con la spesa e  i figli da portare al parco o a scuola. Ma A. non poteva vederlo. Era stata comprata e doveva “produrre”, insieme alla sua amica L., di un anno più piccola.

L’uomo accusato di averle vendute è stato condannato ieri a dodici anni. Si chiama Damian Constantin Stelian. Fa l’autista. E’ romeno. Ha 41 anni e tre figli che, dice al processo, “spera non si trovino mai nella stessa situazione di A. e L.”.

Stelian le avrebbe messe in vendita. Prezzo: mille euro ciascuna. Comprate tutte e due dagli albanesi Artur Sulejmani e Samuel Kola, che le hanno fatte diventare baby squillo per incassare i soldi della prostituzione.

Da Kola e Sulejmani L. e A. sarebbero state pestate, violentate, minacciate e trattate da schiave. Reati non contestati a Stelian e a Sergiu Ilie, uscito assolto dal processo bis sulla vicenda delle due ragazzine. Ma, per l’accusa, gli imputati le hanno volutamente trascinate in quell’inferno.

“L. e A. arrivano in Italia nel gennaio 2005 – spiega in aula il pm Fabrizio Tucci -. Stelian, che trasporta pacchi e persone dalla Romania, le accompagna. Viaggiano con la sua Passat insieme a Sergiu Ilie, che si ferma in Austria: la polizia non lo fa passare”. E’ la fase precedente alla riduzione in schiavitù: il reclutamento e la compravendita delle ragazze. Una “reificazione”, per l’accusa, con “L. e A. che diventano merci”.

All’arrivo, Stelian le consegna a Sulejmani e Kola. Inizia qui quella che L. chiama “la tortura”. “Per festeggiare il suo arrivo viene portata a Firenze e offerta agli amici di Sulejmani, che la violentano a turno”, continua il pm. Lei stessa, poche udienze fa, raccontava che la stupravano tutte le sere quando stava in Italia. Stesso trattamento per A., che dopo uno di quegli abusi restò incinta e abortì.

Nelle intercettazioni L., è “la piccola”, “la bambina”. Proprio per questo diventa un problema. Perché oltre a non volersi prostituire e a rendere poco, i suoi quindici anni le si leggono in faccia. Difficile trovare nuovi aguzzini a cui passarla. Gli albanesi non la vogliono più. L’accusa racconta che “Sulejmani propone a Stelian di riprenderla o di lasciarla a loro che, per 2mila euro, l’avrebbero ammazzata o ci avrebbero fatto quello che volevano. E Stelian la riprende, insieme al fratello di Sergiu, Octavian Ilie, ma anche lui se ne vuole disfare”.

“E’ una bambina questa, non me la prende nessuno – dice Octavian a Sergiu nelle intercettazioni lette in aula -. Adesso non trovo più un posto per portarla via perché è minore. E’ minore e adesso qui c’è la polizia dappertutto…”. Quando pensa di rivenderla “ai brasiliani”, la squadra mobile interviene. E’ il 25 marzo 2005. L. viene trovata nelle “case dell’amore” di San Pellegrino seminuda e pronta a servire i clienti coi profilattici in mano. Per andare a prendere A. la polizia fa sfondare la porta dell’alcova al “Palazzaccio” dai vigili del fuoco. E’ la libertà dopo due mesi di prigionia.

La difesa contesta l’acquisizione dei verbali di interrogatorio delle ragazze nel 2005: bastavano le loro testimonianze in aula. Al processo, però, L. e A. sono state meno precise e più tenere con gli imputati. Reticenti per paura, secondo i giudici. Ma non per l’avvocato di Stelian, Fabrizio Ballarini. “Il dato di fatto è che oggi A. vive nello stesso quartiere della famiglia di Stelian. Quando ha testimoniato, l’ha accompagnata lui in macchina da Orte a Viterbo. Basta questo a dire che sia stata plagiata? Perché?”.

L’avvocato chiama in causa l’ex capo della squadra mobile Salvatore Gava, condannato dalla Cassazione per falso proprio su un verbale, ma era della scuola Diaz, al G8 di Genova. E poi, “le ragazze consapevoli di andare a fare le prostitute”, secondo Ballarini. E infine Stelian, che “non è uno stinco di santo: ha precedenti penali, ma ha cambiato vita e lavora onestamente”.

Ora si ritrova con una condanna a dodici anni sulla testa per tratta di esseri umani e sfruttamento della prostituzione minorile, mentre Ilie, assolto, si commuove fuori dall’aula e abbraccia il suo avvocato Giovanni Arona. Per Stelian, la Corte d’Assise ha disposto anche la sospensione della patria potestà e l’espulsione dall’Italia. Farà sicuramente appello: “Ha preso una pena più alta persino di chi le aveva trattate da schiave”, commenta il suo avvocato amareggiato. A Sulejmani e Kola dettero undici anni per le violenze, le botte, le minacce, la prostituzione e la schiavitù. Il processo d’appello è fermo da tre anni e loro liberi e irreperibili.

Stefania Moretti


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