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Tratta di esseri umani - Il racconto shock di una ragazza romena, costretta a prostituirsi e minacciata di morte se osava ribellarsi

Venduta, minacciata, violentata

di Stefania Moretti
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La Corte d'Assise di Viterbo

La Corte d’Assise di Viterbo

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

L'avvocato Fabrizio Ballarini, difensore di uno degli imputati

L’avvocato Fabrizio Ballarini, difensore di uno degli imputati

L'ispettore Procenesi

L’ispettore Procenesi

L'ispettore Fortunati

L’ispettore Fortunati

“Lei si prostituiva volontariamente?” “Mai”. “E che succedeva se provava a ribellarsi?” “Mi portavano in un bosco e mi ammazzavano”.

E’ a questo punto del racconto che la voce di A. si spezza. Lei, una bella ragazza mora di 24 anni, è venuta in tribunale a Viterbo per testimoniare il suo calvario. Venduta, comprata, violentata, minacciata di morte, fu portata in Italia nel 2005 con la promessa di un lavoro in pizzeria, per poi trovarsi a offrire sesso gratis a 16 anni.

Durò un mese. Da febbraio a marzo. Poi, la squadra mobile liberò lei e la sua amica 15enne L., avviata con A. al mercato del sesso.

Quello che guadagnavano, se lo spartivano i loro aguzzini, già condannati in primo grado. “Erano tanti soldi – dice A. in romeno, con l’interprete accanto a lei, che traduce – Io, però, non vedevo neanche un euro”. Il processo, iniziato ieri in Corte d’Assise a Viterbo, è per Damian Constantin Stelian e Costantin Sergiu Ilie, i due uomini che avrebbero venduto A. e L., a un albanese di nome Artur Sulejmani, condannato in primo grado a undici anni. Il prezzo sarebbe stato 2mila euro. Mille per ciascuna.

Ilie, tra l’altro, era il fidanzato di A., all’epoca.

Mi dicevano che eravamo state comprate – spiega la ragazza, in lacrime -. Che dovevamo produrre perché qualcuno aveva pagato per noi. So che ci ha comprate Artur, ma non so chi ci ha vendute”. I ricordi di A. si appannano solo su quella crudele trattativa. Nel 2005, dopo il blitz della polizia, che le portò via dalle case dell’amore di San Pellegrino e via Cattaneo, la ragazza fece i nomi di Stelian e Ilie. Da loro sarebbe partita l’idea del viaggio in Italia. E sempre loro, per lo meno Stelian, avrebbero preso i loro passaporti e incassato parte dei proventi della prostituzione. La ragazza lo disse al pm Fabrizio Tucci nel 2005. Ma oggi non conferma.

Da otto mesi è tornata in Romania. La moglie di Stelian abita nella sua stessa via. All’accusa viene il dubbio che stia coprendo gli imputati. Che sia stata plagiata o ricattata. Che abbia parlato con quella donna del processo. Ma lei smentisce. “In Romania nessuno sa quello che mi è successo qui”. A nessuno, nel suo paese, ha parlato delle botte. Della violenza sessuale dopo la quale è rimasta incinta e ha abortito. E nemmeno di quella volta che provò a ribellarsi, ma “loro” la portarono in un bosco – sulla Cimina, ndr – per ammazzarla.

L’incubo finì dopo un mese. Un mese di appostamenti e intercettazioni, culminati nel blitz della mobile, e ripercorsi in aula dagli ispettori Procenesi e Fortunati, ascoltati prima della ragazza.

Il processo continua il 14 dicembre, per proseguire con le testimonianze.

Stefania Moretti


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6 ottobre, 2012

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