Viterbo – Ormai da trent’anni ci vedevamo solo una volta ogni dieci. E sempre scrivevo di lui. Ma quest’anno, all’appuntamento, mi sono ritrovato solo. Perché Delo è rimasto impigliato nel gelo degli inverni di Maremma. Fermo per sempre alla splendida età di 99 anni.
Certo con Delo Alessandrini (Ischia di Castro, classe 1914) se n’è andato un pezzo della cultura tradizionale e della poesia popolare della nostra terra.
Perché quel che lui sapeva, da oggi non lo sa più nessuno. Mai più. E non mi riferisco solo alle sue esperienze di vita e di lavoro, pur lunghe quanto un sofferto secolo di storia: dalla prigionia del padre nella grande guerra alla sua di deportato ai lavori forzati in Germania nel biennio 1944-45; dal caporalato negli sterminati feudi-latifondi maremmani degli anni ’20 e ’30 alle occupazioni delle terre, alle bonifiche e alla tardiva riforma dei primi anni Cinquanta.
Quanto invece al bagaglio di sapienza metrica e alla vastità di un immaginario letterario che affondava (e fecondava) la sua arte tutta popolare nell’humus di nobili radici della grande poesia: da padre Dante a Ludovico Ariosto a Tasso.
Attraverso la passione per l’ottava rima coltivata per una vita, la memoria di Delo sapeva risalire fino a un tempo prima del tempo: miticamente scandito da incontri tra briganti latitanti e belle contadine, da scontri tra gendarmi del papa-re e camicie rosse garibaldine.
Mi sembra giusto ricordarlo riproponendo ai lettori di Tusciaweb l’ultimo “pezzo” in cui l’avevo ritratto, pubblicato sulle colonne del Manifesto nell’ormai remoto 2004. Esattamente dieci anni fa, nei giorni del nostro ultimo incontro.
Addio, Delo, fai buon viaggio. E grazie per sempre. Del tuo entusiasmo. Dei tuoi doni in versi.
Antonello Ricci
STOFFA FORTE MAREMMANA – DELO ALESSANDRINI POETA IMPROVVISATORE
di Antonello Ricci
Ischia di Castro (Viterbo). «Le ottave della prigionia risalgono nel 1944 ma pensa quanti anni sono, come faccio a ricordare tutte queste cose? Questo è tutto quello che ti posso dire, capitolazione 1943, per tre mesi restai in Albania a lavorare per un pezzo di buch di polenta, il giorno 10 dicembre fui preso dai Tedeschi. Fui subito deportato in Germania a Greizer, presso Plauen nella Turingia, a lavorare in una fabrica di aerei ed il mio compito era quello di assemblare le ruote degli aerei gonfiarle e montarle, dopodiché, finito il lavoro andavamo nel nostro dormitorio ricavato sopra l’edificio stesso. Il lavoro era duro, il mangiare scarso, i controlli e perquisizioni quotidiane, una vita che può capirla soltanto chi l’ha provata. Le ottave furono composte, quando uno soffre ha bisogno di sfogo e dato questo estinto naturale io formavo questi semplici versi. Il periodo di quella dura realtà è terminato nell’aprile del 1945, quando giunsero gli americani a liberarci.» Mi guarda, sorride. Non vorrebbe farsi vedere, ma un po’ di commozione gli traversa quel viso tutto etrusco, schietto e virtuoso, da contadino di queste parti. E quelle mani antiche, lente e solenni, scavate dalla vita come l’acqua fa, da sempre, col tufo della nostra terra asprigna. Non sa tenerle ferme.
Delo è nato il 13 dicembre 1914. I suoi occhi hanno visto due guerre mondiali, il fascismo, la prigionia. Ma anche un secolo di lotte contadine. Novant’anni portati sulle spalle con grande pazienza. È invecchiato bene. Serenamente. Non ci vedevamo da un decennio ed è un piacere ritrovarlo lucido, vitale, pungente. Come se il tempo non fosse passato. Sarà perché intorno a questo tavolo di cucina e all’immancabile caffè si affollano quasi tutti i suoi cari: Santina, la moglie, appena più giovane di lui, la figlia Giuseppina e il genero Nando, carabiniere in pensione col pallino dell’orto e della vigna. O sarà il “furore” poetico che accompagna Delo da quando era bambino. E una memoria ancora oggi chiara e profonda.
Sì, perché Delo, pur con la sua terza elementare, discende da una schiatta illustre e dimenticata: quella dei poeti a braccio. Così sono detti gli improvvisatori popolari, contadini e pastori dell’Italia Centrale, artisti del canto estemporaneo in ottava rima. Campioni ormai in via d’estinzione, ma un tempo numerosi e richiesti, per campagne e cittadine, dalla Lucchesìa agli altipiani d’Abruzzo alle maremme tosco-laziali. Suoi antenati furono, per dire, Divizia la contadina dei Bagni di Lucca, alla quale Montaigne accenna nel suo Viaggio in Italia; o il Giandomenico Pèri di Arcidosso, improvvisatore bifolco alla corte dei Medici agli inizi del Seicento; o ancora la Beatrice Bugelli di Pian degli Ontani, nel Pistoiese, il cui talento affascinò due generazioni di romantici, da Niccolò Tommaseo a Renato Fucini.
Delo rappresenta la memoria vivente di una tradizione formidabile. Unica, per durata e resistenza, nella storia della nostra letteratura. Soprattutto i grandi poemi cavallereschi, L’Orlando furioso e La Gerusalemme liberata, che attraverso il Big Bang della stampa portarono la poesia a latitudini geografiche e sociali impensabili per la cultura italiana: dalle piazze dei liberi comuni medioevali e dalle corti rinascimentali fin sulle rapazzole di anonimi pastori transumanti, nelle veglie dei poderi, nelle fiere e nelle feste di paese. E proprio nelle opere maggiori del nostro Cinquecento gli improvvisatori popolari, autodidatti rozzamente alfabetizzati, hanno scoperto un po’ di quel che Don Chisciotte cercava nei suoi libri di Cavalleria: il tenero, anacronistico rimpianto per una Età dell’Oro, un’Arcadia Felice mai esistita. Tutta poesia, niente classi sociali.
Sia chiaro: se uno ne parla parla con loro, scopre che i poeti improvvisatori concepiscono la propria arte come un “dono di natura”. Senza dono non c’è poesia. Punto e basta. E dire che in realtà il mestiere dell’improvvisatore esige bagaglio tecnico, trucchi del mestiere, conoscenze libresche. Anzitutto gli estemporanei nutrono un forte orgoglio metrico. L’estro, il “talento fino”, la “alta fantasia” devono accompagnarsi con “giusto metro”. Con endecasillabi ben formati. Quando, per antico complesso d’inferiorità, un poeta sottopone i propri quaderni a qualche pigmalione locale con la preghiera di correggerne la grammatica, egli si prepara anche a un esame conta-sillabe: per poi vantarsi d’averlo superato se nei suoi versi una persona istruita non riesce a trovare difetti.
A Delo capitò proprio durante la guerra. Ai lavori forzati in Germania consegnò le proprie ottave a un maestro, prigioniero anche lui, passando la prova a pieni voti. Ma già era già successo prima della disfatta, in Montenegro: «Il mio Tenente, per mezzo di altri amici miei, ha saputo che io formavo versi: così mi ha costretto a farglieli leggere. Insomma l’ha letti e mi ha detto che vanno bene, solo che ci sarebbe da correggere qualche errore di grammatica. Ogni tanto contava le sillabe, ma non trovava mai differenza.»
Delo aveva quattordici anni quando era salpato la prima volta con una compagnia di braccianti per le bassure di Montalto: perciò aveva fatto in tempo a conoscere, e subire, l’ordine antico del latifondo maremmano, le sue gerarchie inflessibili, la sua fame. Quel mondo ben sintetizzato da Silone in Fontamara: prima il principe Torlonia, dio in terra. Poi i servi del principe. Poi i cani dei servi del principe. Poi nulla. Poi ancora nulla. Poi i cafoni. In Maremma Delo avrebbe lavorato tutta la vita fino al 1972, anno della pensione. Raccogliendo scarcia nel padule della Pescia, tirando su i poderi della Riforma. In mezzo, una guerra sciagurata e la deportazione in Germania. I lavori forzati, non troppo diversi dall’amarezza e dalla schiavitù lasciate a casa.
Nell’ottava rima Delo ha trovato la possibilità di dare un senso a tali esperienze, di curarne le piaghe. L’ottava: cantata a squarciagola da giovane per osterie e fraschette, consegnata poi – con la maturità – alla meditazione della pagina scritta.
Il tavolino al centro della stanza. Alle mie spalle la porta. Nell’angolo il camino con la poltrona, dove il poeta siede ogni sera. A sinistra il frigo, la macchina del gas, cassetti e ripiani della cucina. Davanti c’è la porta-finestra, accanto il trespolo con la televisione. Tira una brezza leggera, la tenda si muove. Ogni tanto si affaccia Santina a dire la sua. O Nando, che torna dalla campagna col secchio in mano. A metà mattina Giuseppina mi prepara una vera colazione maremmana: vino, pane e prosciutto, quello di casa, tagliato a mano. Io e Giuseppina: qui, intorno a questo tavolo, con Delo. Suoi affettuosi, improbabili delfini. L’estate 2004 è bella ma non soffocante. Delo ogni tanto sbuffa. Dice che non può stare seduto a lungo, sente freddo ai piedi. Un regalo della vecchiaia che c’è, ora la vedo, e non si fugge. Il poeta si alza. Cammina per la stanza. Senza sosta. È un curioso girotondo. Io fermo al centro. Seguitiamo a parlare, a discutere.
A un certo punto, dalla vastità aperta e scura dell’oblio, Mnemosine restituisce un frammento inatteso: Se mi dà forza il gran signor di Delo… Delo evoca il fantasma de ’l Tricche. Chi era? Lo chiamavano ’l Tricche. Non era il nome vero. Quello non l’ho mai saputo. Nessuno, neanche Delo, neanche i vecchi più vecchi di Ischia l’hanno mai conosciuto. Delo lo sentiva nominare spesso da ’l pòro Valentini. Dice ch’era brutto, brutto come la fame. Ma era un poeta bravo. Bravo tanto. Era già vecchio quando Valentini era ancora giovane. Poi sciorina una strofe, una soltanto. L’incipit di una grandinata di centocinquant’anni fa. Ai tempi del papa-re. È un dono preziosissimo:
Se mi dà forza il gran signor di Delo
mi fa coraggio la bontà divina
che a raccontallo mi s’arriccia il pelo
era di maggio la rosa tenerina
dal ciel caddero giù pezzi di gelo
che quasi Ischia la mandò a rovina
e tremarono i grandi e i pargoletti
tremarono lepri conigli e augelletti
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Vita e opere del poeta improvvisatore Delo Alessandrini sono raccontate in Antonello Ricci, Fare le righe. L’ottava rima in Maremma, Stampa Alternativa 2003 . Un ritratto di Delo e di altri fantasisti della poesia popolare contemporanea era già nel mio Stoffa forte maremmana. Saggi sull’ottava rima, Vecchiarelli 2001. Le ottave della prigionia erano uscite invece, sempre per mia cura, nel 1985.
L’OTTAVA RIMA (per saperne di più)
L’ottava usata nelle sfide fra poeti a braccio è ancora oggi quella cosiddetta “toscana” (quella de L’Orlando furioso, per capirci): dove i primi sei versi rimano alternatamente mentre il distico finale è baciato, secondo lo schema ABABABCC. Tutti endecasillabi. In più, rispetto alla tradizione dell’ottava “letterata”, nell’uso popolare è d’obbligo incatenare le strofe riprendendo sempre l’ultima rima, secondo lo schema ABABABCC CDCDCDEE ecc. Tale consuetudine è rispettata dai cantori popolari sia nella creazione orale estemporanea che in quella meditata “a tavolino”.
Genere principale di questa tradizione è il contrasto in cui due (o più) poeti si affrontano a suon di rime su temi spesso suggeriti dal pubblico. Esso prevede una contrapposizione che dia motivo di contendere: Padrone e Contadino, per fare un esempio “classico”.
A dispetto delle pesanti trasformazioni che hanno sconvolto dagli anni ’50 il mondo contadino, l’ottava rima sta conoscendo un’inaspettata stagione di ritrovata vitalità. Specie nella Maremma grossetana, dove nuove leve di validi poeti si presentano alla ribalta di manifestazioni affollate da un pubblico di “passionisti” del verso improvvisato.
Ottava rima a parte, fra le competenze tecniche del poeta a braccio non mancano altri metri: sonetto, sestina, terza rima dantesca. Ma anche semplici distici a rima baciata o quartine e terzine di sette/ottonari.
Antonello Ricci
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