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Cultura - Vejano - Tutto pronto per la nuova "Passeggiata del santo editore" che si svolgerà domenica 18 maggio ore 10

Il borgo fantasma per un giorno eccezionalmente aperto

di Antonello Ricci
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Foto scattate da Davide Ghaleb

Antonello Ricci a Vejano

Antonello Ricci a Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

La pittoresca “città morta” di Vejano

Vejano – Tutto pronto per la nuova “Passeggiata del santo editore” che si svolgerà domenica 18 maggio ore 10 a Vejano in piazza XX settembre, davanti al comune.

Davide Ghaleb e Banda del racconto presentano Il sangue dei Santacroce – passeggiata/racconto a spasso per vie e piazze della pittoresca “città morta” di Vejano di  e con Antonello Ricci.

“Pillole” storico-urbanistiche a cura di Roberta Ferrini con la partecipazione di Pietro Benedetti.

Per l’occasione verranno eccezionalmente aperti al pubblico i cancelli del borgo fantasma della vecchia Viano chiusi ormai da qualche anno.

Come sempre il biglietto consiste nell’acquisto di un libro a scelta fra quelli del ricco catalogo di Ghaleb Editore.


“Poi gli occhi di Piccolo si appuntarono sui miei libri (vecchi libri che scovavo qua e là sulle bancarelle), ne lesse i titoli, rise, guardò me, s’accorse che ero come contrariato, e si scusò: – Gli almanacchi, le guide, le storie locali, ah, sono pieni d’insospettabile poesia”.

Era quasi scontato che questa frase di Lucio Piccolo a Vincenzo Consolo mi sarebbe tornata in mente quando – qualche mese fa – Roberta Ferrini volle prestarmi il volume di Marcello Piccioni, I figli del Pellicane.

Storia della famiglia Santa Croce di Viano, Oriolo e Rota dal 1598 al 1604 (Banca di Credito Cooperativo di Capranica e Bassano Romano, 2002).

Forse anche perché l’autore – medico di base a Canale Monterano e personaggio di spicco all’ombra del proprio campanile (di cui è stato anche sindaco) – vi si definisce senza se e senza ma “appassionato alla storia locale fin dal Ginnasio”.

Roberta aveva ragione: “I figli del Pellicane” è libro davvero colmo “d’insospettabile poesia”.

Una storia – tremenda esemplare vicenda che l’autore ha saputo ricostruire con cura certosina ma anche vigoroso piglio romanzesco – da meritare senz’altro una passeggiata del Santo Editore Ghaleb.

Un pasticciaccio brutto “come la merda che tanto più si mestica, tanto più puzza”.

La storia dei Santa Croce di Viano, Oriolo e Rota – voglio dire – che a un certo punto finì attuffata, tinta ed estinta nel sangue con la decapitazione dell’ultimo suo rampollo: lo spavaldo quanto poco previdente Honofrio.

Non sarà stato un caso che i Santa Croce fossero strettamente imparentati con i Cenci. I Cenci, sì: quelli della Beatrice immortalata da Stendhal nelle sue Cronache italiane o da Lucio Fulci in un film del 1969 con set al castello Orsini di Bracciano.

Una vicenda dai tratti marcatamente granguignoleschi, questa dei Santa Croce: con la madre Costanza (in pessimi rapporti sia con quel «cervellaccio» di Honofrio che con la nuora Erminia) sospettata d’esser gravida (era afflitta invece da idropisia) e “perciò” trucidata a colpi d’ascia da un altro dei suoi figliuoli: Paolo, ingrato cocco di mamma e ingravida-servette melancolico (agli estremi della depressione) ma anche mezzo mentecatto.

Soggetto borderline al punto che nessuno fra gli inquirenti si curò di raccoglierne la testimonianza sui fatti.

O forse l’omissione fu voluta ad arte? Certo è che per noi lettori di oggi quel teatro di azioni e moventi resta ambiguo e inquietante. Fu veramente per rabbia che Paolo giunse alla truculenza del matricidio?

Fu veramente plagiatore Honofrio, regista occulto dell’insano gesto del fratello, o non piuttosto il capro espiatorio di circostanze e macchinazioni procurate nell’ombra da soggetti terzi e rivolte a interessi ben più concreti (come rapine di feudi, titoli e possessi)?

Quale il vero ruolo, nella notte horror di Subiaco, di un prezioso anello trascorso – ahimè – di dito in dito insieme con le dicerie di una certa rivalità amorosa tra Honofrio e un porporato assai – troppo – in vista nella Roma di quegli anni?

Roberta aveva proprio ragione. E noi non abbiamo resistito. Per questa tragedia tardo ’500 (con tanto di “inferno” di famiglia e intrico a corte) quale miglior teatro en plein air del borgo abbandonato di Vejano?

Ai piedi di un castello già ridotto in macerie sul crepuscolo del secolo XV (per volontà di papa Borgia) e poi rimesso in piedi e donato ad arte (insieme con la titolarità feudale, probabilmente per scampare alle feroci rappresaglie di cui erano oggetto) dai perseguitati Orsini proprio ai fedeli Santa Croce.

Con un impegno solenne e notarile da parte di questi ultimi: avrebbero restituito feudo e castello ai signori primigeni quando il seme maschile del Pellicane (questa la suggestiva araldica di Giorgio, patriarca-fondatore della schiatta) si fosse estinto.

Così, per un giorno, vicoli piazze grotte rupi rovi rovine ortiche della pittoresca città morta di Vejano (alias la vecchia Viano: abbandonata dagli anni del secondo dopoguerra e ormai da tempo interdetta al pubblico transito: sigillata con cancelli chiavi e chiavistelli) si rianimeranno, tornando a echeggiare delle parole e dei gesti di una tragedia storica e localista al tempo stesso. Tutta europea tutta laziale.

Antonello Ricci


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15 maggio, 2014

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