Viterbo – Oh, che bella notizia: le “Mani d’argento” recentemente scoperte in una tomba della necropoli dell’Osteria di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma, e poi al museo del Ponte dell’Abbadia!
Bella notizia? Riflettiamoci un momento, partendo da un discorso generale.
La centralizzazione, in campo museografico, è pratica assai comune, soprattutto all’estero e in particolare per i musei archeologici. In Francia (Parigi, Louvre), nel Regno Unito (Londra, British Museum), in Germania (Berlino, Antikensammlung), ma anche negli Stati Uniti (New York, Metropolitan), in Grecia (Atene), o in Egitto (Il Cairo) si raccolgono – pur con qualche eccezione- tra il settanta e il novanta per cento delle collezioni statali.
I motivi sono chiari: da un lato, il fatto che molte collezioni non siano “autoctone”, ma provengano da acquisti sul mercato antiquario e da vecchie depredazioni coloniali, dall’altro un mai sopito centralismo amministrativo (specie in Francia), che ha fatto convogliare sulle capitali europee i beni più preziosi.
In Italia la situazione è un po’ diversa, innanzitutto per la forte disseminazione sul territorio dei beni archeologici, ma anche per la frammentazione politico-amministrativa del Paese in coincidenza con i secoli d’oro del collezionismo archeologico, il settecento e l’ottocento. Si comprende allora come in Italia possano convivere musei archeologici di grande rilievo, come l’Egizio di Torino, l’archeologico di Napoli e quello di Firenze, i Vaticani e il Capitolino a Roma, e i vari musei nazionali regionali, che conservano spesso opere di grandissimo valore storico e artistico (ad esempio, i Bronzi di Riace a Reggio Calabria o il Guerriero di Capestrano a Chieti).
La peculiarità della situazione italiana è un valore aggiunto: essa infatti consente a tutto il territorio di beneficiare di attrattive turistico-culturali rilevanti, contrastando il processo di concentrazione dei flussi turistici esclusivamente sulla Capitale e su quelle due o tre città – Firenze, Venezia, Napoli – verso cui converge la gran parte dei visitatori nazionali e internazionali.
Proprio per valorizzare le realtà locali – e per rispetto nei confronti della loro specificità – peraltro le varie sovrintendenze in passato hanno cercato di “decentrare” le loro iniziative culturali. Ad esempio, si può ricordare la grande manifestazione dell’anno degli Etruschi, a metà anni ’80, che coinvolse anche molti centri e musei della Tuscia e che incorniciò la nascita del museo nazionale della Rocca Albornoz.
Di fronte a questa tendenza virtuosa che caratterizza l’Italia e solo da pochi anni si sta diffondendo in altri paesi, sembra stonare ciò che sta avvenendo nel caso delle “Mani d’argento”, la cui scoperta è stata annunciata con grandi enfasi dalla Sovrintendenza all’Etruria meridionale e dai media. Lascia perplessi infatti che la “prima” esibizione di tali Mani sia stata allestita a Roma, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (dal 15 aprile al 10 giugno).
Certo, è qui la sede della sovrintendenza all’Etruria meridionale, è qui il più importante Museo Etrusco, ma resta la sgradevole impressione che ancora una volta sia entrato in scena il vecchio centralismo romanocentrico, se è vero che un museo nazionale c’è sia a Vulci (competente per luogo di ritrovamento), sia a Viterbo (competente per amministrazione territoriale). Tanto più che alla logistica, agli scavi e al restauro hanno partecipato numerosi soggetti locali come il Comune di Montalto, la società Mastarna e l’accademia di Belle arti di Viterbo.
Si dirà che dal 27 giugno al 14 settembre le Mani saranno esposte al museo di Vulci: ma guarda caso, dopo che l’attenzione dei maggiori interessati sarà già stata “bruciata” dalla mostra di Roma e comunque in un periodo, l’estate, che i dati statistici indicano come meno propizio alle gite archeologiche. Insomma, sarà stata persa una buona occasione per dare al territorio viterbese un ulteriore elemento di forte attrattiva turistico-culturale e a molti sembrerà che, ancora una volta, Roma abbia sgomitato per fare la parte della protagonista sulla ribalta della vita culturale della Regione, lasciando le battute di rincalzo alle province dell’Impero.
Se le cose stanno così, potrebbe anche tornare in discussione una vecchia e mai sopita istanza di delocalizzazione della Sovrintendenza all’Etruria meridionale, con il trasferimento della sede da Roma a Viterbo. Solo un’ottica centralistica infatti può giustificare che tale Sovrintendenza resti a Roma, ai confini storici dell’Etruria, e non sia posta invece al centro di una provincia che copre l’ottanta per cento degli insediamenti etruschi del Lazio e ospita il “luogo di nascita” (Tarquinia) della stessa civiltà etrusca. Tutto ciò apparirà ancor più controverso quando Roma diverrà città metropolitana, allontanandosi ulteriormente dalle problematiche, e dalle esigenze, del resto della regione.
Francesco Mattioli
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