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Viterbo - Preziose testimonianze di articoli e fotogrammi che raccontano la città -

Il processo Cuocolo narrato dagli inviati del New York Times

di Antonello Ricci
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Processo Cuocolo: l'ultima cena (e l'ultima notte) del Tiburzi  cinematografico di Paolo Benevenuti (1996)

L’ultima cena (e l’ultima notte) del Tiburzi
cinematografico di Paolo Benevenuti (1996)

Processo Cuocolo: il gabbione con gli imputati

Processo Cuocolo: il gabbione con gli imputati

Processo Cuocolo: un momento delle deposizioni

Processo Cuocolo: un momento delle deposizioni

Processo Cuocolo: gli imputati (foto di gruppo in catene)

Processo Cuocolo: gli imputati (foto di gruppo in catene)

Processo Cuocolo: gli imputati si avviano alla corte d'assise (1911)

Viterbo – Nel novembre 1874 il comune di Viterbo deliberava la destinazione a Corte d’Assise della sconsacrata chiesa seicentesca dei Santi Giuseppe e Teresa in piazza Fontana Grande.

Il nuovo tribunale cittadino veniva inaugurato due anni dopo (il 28 maggio 1876) con il processo alla banda del brigante di Sant’Angelo di Roccalvecce Luigi Rufoloni.

Ma nei decenni a venire, fra quelle antiche mura avrebbero riecheggiato deposizioni dibattimenti sentenze di processi dagli echi clamorosi: dal procedimento contro la banda del “livellatore” maremmano Domenico Tiburzi (1893) a quello contro la banda del celeberrimo Salvatore Giuliano (1950-1952). Due storie “molto” italiane.

Mutate infatti le condizioni storiche, diverso il contesto socio-politico, in tutti e due i casi a volare per aria furono solo gli immancabili stracci.

Tiburzi e Giuliano entrambi latitanti e mai processati. Tiburzi e Giuliano entrambi morti ammazzati dalle forze dell’ordine in notti ambigue degne di legittima suspicione. In entrambi i casi versioni ufficiali contraddittorie fino al paradosso: bucate come un colabrodo dalle incongruenze.

Dal colpo di pistola che spappolò il cervello al brigante di Cellere, alla leggendaria canottiera di Turiddu, dove il sangue aveva vinto la forza di gravità ed era scorso per l’insù.

Decenni dopo Paolo Benvenuti avrebbe magistralmente riunito le due storie in un dittico cinematografico, rischiarandole al tornasole di poteri occulti e pezzi deviati dello Stato, di una democrazia dimezzata e perennemente a rischio: nel primo caso, nel contesto di un’Italia giovine all’anagrafe quanto socialmente turbolenta, il regista pisano ricostruiva struttura e trame proto-mafiose nei rapporti tra briganti e latifondisti maremmani di tardo Ottocento (si veda lo splendido “western all’etrusca” Tiburzi, 1996); nell’altro egli rileggeva il delicato e torbido passaggio del separatismo siciliano nell’immediato secondo dopoguerra (Segreti di stato, 2002: dedicato, si ricorderà, alla strage di Portella della Ginestra e ai rapporti tra mafia isolana, neofascismo e servizi segreti USA).

Se a queste due storie volessimo poi affiancare – come grani in un rosario – il conflitto a fuoco dell’11 agosto 1980 a Ponte di Cetti (cioè alle porte di Viterbo) sfociato nell’eccidio di due carabinieri (Cuzzoli e Cortellessa) a opera di terroristi di Prima Linea (e ciò che ne seguì): non ce ne sarebbe abbastanza per una contro-storia d’Italia dall’Unità agli anni di piombo? Una storia eccentricamente patafisica perché tutta sub specie viterbese. Ce ne sarebbe… ce ne sarebbe…

Ma Viterbo vista dagli americani! Viterbo ritratta in posa e narrata dagli inviati del New York Times a uso del grande pubblico d’Oltreoceano! Eh sì, perché proprio a Viterbo ci fu un tempo in cui giornalisti del prestigioso quotidiano Usa soggiornarono a frotte per dovere di cronaca: erano i primi di marzo del 1911 (nel cinquantenario dalla proclamazione del Regno) quando nella sala d’assise di Fontana Grande s’inaugurò il primo maxiprocesso alla Camorra organizzata, passato alla storia come processo Cuocolo La vicenda: un doppio spietato omicidio, consumatosi in una notte di cinque anni prima tra Torre del Greco e Napoli.

Viterbo, in verità, si sorprese incuriosita e assediata, per oltre un anno, dai cronisti di mezzo mondo: tanto che non riuscivi più a comprarti pennino e calamaio neanche a pagarli oro. Con i cineoperatori inviati del Mattino di Edoardo Scarfoglio tutti i giorni in aula: per filmare le udienze e inviarle subito a Napoli dove, la sera stessa (stampata di corsa la pellicola), venivano trasmesse in luogo pubblico. Era l’epopea del muto: per cui la proiezione era commentata in diretta al megafono per il pubblico da qualche giornalista dell’intraprendente testata partenopea.

Fa una certa impressione e desta non poca curiosità (e gusto) rileggere quegli articoli, sfogliare quelle foto. Anzitutto perché si tratta di fonti inedite e preziose: raccolte da Rinaldo Borghetti con pazienza e tenacia (in una ricerca durata anni) e infine pubblicate, era il 2009, in apertura del suo splendido Viterbo in cartolina.

Poi perché l’appassionato di storia e di costume può ritrovarvi le mille curiosità di un mondo e di una Viterbo che non sono più: l’arrivo degli imputati in catene; i cellulari-carri a traino di cavallo parcheggiate in piazza; la folla assiepata all’ingresso del tribunale; la piazza stessa così misteriosamente ampia e solenne, come oggi non è; il manifesto pubblicitario dell’acqua Idrolitina; la confusione, tipica del giornalismo in presa diretta (quando si deve “colorire” in fretta e furia il pezzo), tra un pittore europeo del Seicento (il viterbese Romanelli) e un altro del Quattrocento che con quella chiesa non c’entra niente (Lorenzo da Viterbo); le stupefacenti cartoline con tipi e figure del processo Cuocolo con accusati mandanti accusatori e inquirenti tutti insieme appassionatamente “figurine” di un solo pittoresco album di famiglia.

Ma soprattutto, infine, questa documentazione esprime una forte valenza pedagogica: perché sa restituirci il processo Cuocolo quale drammatica odissea giudiziaria esemplarmente italiana. Con tratti di patetica e sconcertante attualità: vicenda al nero condita di pentiti sospetti, di metodi inquirenti poco ortodossi, di conflitti di competenza tra poteri dello Stato, di mai provate collusioni tra Questura partenopea e Onorata Società, di melodrammatiche sceneggiate in aula degne del miglior Mario Merola.

In chiusura, uno sguardo alla “locandina” dei protagonisti: un collaboratore di giustizia che siede in una gabbietta a parte ma con gli accusati condivide linguaggio e forma mentis (Abbatemaggio Gennaro detto O Cucchieriello); un feroce capocamorra dai tratti meridionalmente signorili (Alfano Enrico detto Erricone); un intraprendente ufficiale dai discutibili metodi d’indagine (il capitano Carlo Fabroni); una donna bella e intelligente (almeno secondo i cronisti del tempo) con ruolo di rilievo nell’organizzazione (Maria Stendardo); un prete teatralissimo noto ai più come l’Angelo Custode della Camorra (don Ciro Vitozzi). Eccetera eccetera. Signore e Signori, andiamo a cominciare.

Antonello Ricci 


Da Tiburzi al bandito Giuliano: grandi processi a Fontana grande

L’appuntamento è per sabato 3 maggio alle ore 21.30 tra i gradini di Fontana Grande e l’aula dell’ex tribunale. Antonello Ricci (voce narrante), Pietro Benedetti (letture e recitazione) e Roberto Pecci (percussioni) rievocheranno in una speciale passeggiata “surplace” i momenti salienti le curiosità le implicazioni storiche e culturali dei grandi processi tenutisi presso la corte d’assise di Viterbo tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento.

Dal processone contro la banda del brigante di Cellere Domenichino Tiburzi (1893) a quello di primo grado contro la banda di Turiddu Giuliano (1950-52). Passando, ovviamente, per il procedimento Cuocolo, vero e proprio maxiprocesso ante litteram alla Camorra napoletana.

Lo spettacolo-reading, a cura di Proloco Viterbo, si svolge nell’ambito del 10° festival del volontariato. Ingresso libero.


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1 maggio, 2014

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