Viterbo – Insulti, offese, sgambetti, ma anche calci, pugni e aggressioni di gruppo.
Quando le liti tra ragazzi e ragazzini sfociano in qualcosa di più grande e, soprattutto, hanno come protagonisti sempre gli stessi aggressori e sempre le stesse vittime, è il caso di parlare di bullismo. Un fenomeno, purtroppo, più diffuso di quanto si creda e spesso sottovalutato sia dalle famiglie che dalle scuole.
Per conoscere più a fondo il bullismo, saperlo riconoscere e trovare le armi per affrontarlo il dottor Roberto Catasca, dirigente medico del pronto soccorso di Belcolle, specialista in medicina legale e in prevenzione, ha portato avanti un progetto con l’istituto Francesco Oriolo di Viterbo.
Un incontro, molto apprezzato anche dal commissario generale della Ausl di Viterbo Luigi Macchitella, durante il quale Catasca con delle semplicissime slides ha illustrato nel dettaglio la “brutta bestia” del bullismo per lanciare un’ancora di salvezza a chi ne è afflitto.
Dottor Catasca, che cos’è il bullismo e come si può individuare?
“Il bullismo deriva dalla parola inglese bullying che significa oppressione. Un’oppressione che può essere psicologica o fisica e di solito è ripetuta nel tempo. Ad agire in genere è una sola persona, ma capita anche che la vittima abbia a che fare con un intero gruppo. Tre sono i campanelli d’allarme che ci possono aiutare a individuare un episodio di bullismo: l’intenzionalità a dominare, offendere causare danni e disagi, la sistematicità con la quale questi comportamenti persistono e, infine, la forte disuguaglianza di forza e di potere tra chi prevarica e chi subisce”.
Entrando ancor più nello specifico, come agisce il bullo?
“Il bullismo può essere diretto con comportamenti prepotenti molto visibili con aggressioni sia fisiche che verbali. La vittima viene picchiata, presa a calci e pugni, spinta, graffiata, morsa. In altri casi, invece, viene insultata, offesa, esclusa dal gruppo dei coetanei, isolata mettendo in giro dicerie che possono danneggiarle le amicizie. In questo secondo caso ci troviamo di fronte a un bullismo psicologico, più difficile da individuare ma non per questo meno distruttivo e preoccupante”.
Soltanto i maschi possono rendersi protagonisti di atteggiamenti di bullismo? E di quali età?
“Assolutamente no. Il bullismo non è una prerogativa maschile. E’ vero, semmai, che maschi e femmine mettono in atto due tipologie di bullismo diverse. I maschi sono più prepotenti, aggressivi e hanno come obiettivo vittime di entrambe i sessi. Le femmine invece agiscono di solito solo verso le altre femmine manipolando i rapporti di amicizia e spargendo in giro cattiverie di ogni genere. Per quanto riguarda le età parliamo di solito di bambini e adolescenti tra i 7/8 anni e i 14/16 anni. Sono più coinvolti i ragazzini delle scuole elementari, poi il fenomeno si attenua alle medie e nei primi anni delle superiori dove è più facile che ci siano meno casi, ma più gravi”.
Non sempre però i bulli sono forti. Anzi, spesso il loro comportamento indica scarsa sicurezza. E’ così?
“Esatto. Oltre al bullo dominante che si distingue come una persona aggressiva sia con i coetanei che con gli adulti, dotato di buone caratteristiche psicologiche che usa per manipolare e dominare gli altri, esiste anche il bullo gregario. Quest’ultimo è di solito più ansioso, insicuro, poco popolare e cerca identità nel gruppo come aiutante o sostenitore del bullo. Infine ci si può trovare di fronte a dei veri e propri gruppi di bulli composti da ragazzi di per sé non aggressivi, ma rafforzati dalla “massa” che diminuisce il loro senso di responsabilità individuale e riduce il senso di colpa”.
A tutte queste prevaricazioni e maltrattamenti come reagisce la vittima?
“Purtroppo, e questo è un punto sul quale riflettere molto, la vittima finisce per credere di meritare di essere molestata perché si sente incapace. Il tutto è poi fomentato da una maggioranza troppo silenziosa che osserva, non fa niente e conferma la forte discrasia tra il bullo e la sua “preda”. Le vittime più comuni quindi sono persone con scarsa autostima, gli ansiosi, gli insicuri. Questo tipo di bersaglio difficilmente reagisce, preferendo rimanere sottomesso. Ma c’è, al contrario, anche la vittima provocatrice che reagisce in modo ansioso e aggressivo allo stesso tempo, con atteggiamenti iperattivi, inquieti e offensivi”.
E il bullo come motiva i suoi atteggiamenti?
“La reazione più comune è quella di cercare dei meccanismi di disimpegno. Sottovaluta le sue azioni dicendo di scherzare o di non fare nulla di male, o si giustifica spiegando di “farlo per amicizia”, scarica la responsabilità ricordando che lo fanno anche tanti altri ragazzi o, infine, deumanizza la vittima definendola un relitto, uno scarto della società”.
Comunque, sia il bullo che la vittima sono ragazzi comunissimi che fanno una vita apparentemente lineare. “Smascherarli” è impossibile?
“Smascherarli è più semplice di quanto si pensi ed è fondamentale farlo. Il bullo ha spesso un basso rendimento a scuola, disturbi antisociali, difficoltà a cercare e trovare lavoro. La vittima, invece, può avere problemi sia fisici che psicologici, fragilità, insicurezza, bassa autostima e tendenza all’isolamento. Cogliere i segnali di allarme è importantissimo per i genitori e per gli insegnanti. Il campanello di allarme deve suonare quando il proprio figlio torna a casa con abiti sporchi e rovinati, con segni di violenza, quando si rifiuta di raccontare cosa succede a scuola, ha disturbi del sonno e dell’appetito. Quello è il momento di agire. Di parlare, di prendere in considerazione i suoi sentimenti e le sue paure spiegando che chiedere aiuto non è un segno di debolezza ma di difesa. E’ importantissimo, infine, favorire al massimo la socializzazione, lo sport e, perché no, anche ricorrere all’aiuto di uno psicoterapeuta”.
Ma se famiglia e scuola possono e devono fare il massimo per combattere il bullismo, dare la parola agli esperti può essere davvero la soluzione. E questo è quello che il dottor Catasca ha intenzione di fare, con progetti simili a quello già conclusosi all’Orioli.
“Parlarne è l’arma migliore. Me ne sono accorto personalmente quando, proprio nell’ultimo incontro con i ragazzi dell’istituto Orioli, un’alunna è rimasta così colpita dal discorso che stavo facendo che ha avuto un attacco di panico. Un momento di sconforto, una reazione che può sembrare negativa, ma che invece è almeno un modo per esternare l’ansia che la ragazza aveva dentro. L’ho fatta uscire dall’aula, l’ho calmata e lei con quell’occasione ha potuto affrontare il problema. Credo che di corsi come questo ce ne sia molto bisogno e sto già lavorando per programmarne altri in futuro”.
Francesca Buzzi
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