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Cultura - Viterbo - L’appuntamento è per venerdì 20 giugno ore 21 davanti alla chiesa di Santa Maria della Salute

Le frottole di Annio tra falsi epigrafi e toponimi d’invenzione

di Antonello Ricci
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Antonello Ricci

Antonello Ricci

Viterbo – “Etruria Urbs: Annio da Viterbo e i suoi seguaci” è il titolo della nuova passeggiata/racconto organizzata da Antonello Ricci in collaborazione con Tesori d’Etruria.

Questa volta tocca ai “luoghi” delle frottole di Annio: tra falsi epigrafici, toponimi d’invenzione, affreschi pubblici e apocrifi letterari.

Con un omaggio ai frutti fioriti dal seme anniano nell’immaginario locale: da Domenico Bianchi fino a Mario Signorelli. Con la partecipazione di Pietro Benedetti. L’appuntamento è per venerdì 20 giugno ore 21 davanti alla chiesa di Santa Maria della Salute (sotto via Ascenzi).

Itinerario previsto: via Ascenzi, il Sacrario, via della Sapienza, largo Cesare Battisti, via della Volta Buia, via Santa Maria Egiziaca, piazza Luigi Concetti, scalini di via Saffi, via Annio, piazza del Fosso.

Degustazione finale con prodotti tipici della Tuscia nei locali di Viterbo Sotterranea.


Viterbo aveva atteso Annio per tanto e intenso tempo. Non fa scalpore quindi che proprio a Viterbo, nei secoli a venire, Annio finì per fare scuola.

Già tra 1513 e 1518, per esempio, si registrava una prima vittima eccellente del suo bizzarro magistero: quell’Egidio da Viterbo che, nel redigere un proprio tentativo di storia universale – l’Historia XX saeculorum – scelse un impianto di ispirazione anniana. Per capirci: una stessa idea d’Etruria come culla di civiltà e lo stesso metodo cabalistico.

Varrà pure la pena ricordare, di sfuggita, quell’interesse per l’astrologia comune ai due personaggi. Apparirà così tutt’altro che pellegrina l’idea di Domenico Bianchi di firmare la propria “regia” iconografica per gli affreschi nella sala Regia di palazzo dei Priori in un volume squadernato sotto gli occhi del celebre agostiniano.

A Viterbo, comunque, fu così tenace e postuma l’ascendenza di Annio che ancora in pieno Settecento – nonostante Ludovico Muratori avesse ormai definitivamente smentito la consistenza di certe affermazioni del frate nonché l’autenticità delle sue fonti – egli vi seguitava a riscuotere strenua fedeltà oltre il buon senso stesso e l’evidenza.

Al punto che vari, anche dignitosi scrittori di storia viterbese – penso al Bussi, per esempio – pur avendo abiurato il castello delle frottole anniane in quanto tale, ne davano ancora per buone alcune fantasie: anzitutto, proprio quel Decretum Desiderii di cui molte volte ho già raccontato.

E meriterà, a proposito, almeno una menzione Giovan Battista Faure (gesuita romano, oggi sepolto nella chiesa di san Faustino) il quale, dando alle stampe su commissione del Comune, addirittura nel 1779, le sue Memorie apologetiche in risposta all’opposizioni contro il Decreto del Re dei Longobardi Desiderio, sposava con tanta intensità la causa delle tesi anniane da meritarsi (unica redenzione per sé da un oblìo altrimenti totale) il patetico epitaffio di “illustre assertore” di quel falso.

In piena epoca romantica invece il noto patriota, fisico, archeologo Francesco Orioli (che per primo scrisse sulle ancora sconosciute necropoli rupestri di Norchia e Castel d’Asso), se da un lato prendeva nette le distanze dal frate, dall’altro non poteva far a meno di notare che “certe verità si rivelano qualche volta agli uomini quasi per istinto” e che, pur camminando “a caso in questo terreno dell’antichità patrie”, “favorevolmente ispirato era dunque Annio”.

Il tutto mentre sognava, Orioli, una Sorrina Vecchia – l’etrusca Surna – sotto le fondamenta di Viterbo medioevale.

Tanto intensamente da ricavarla al setaccio, strolicarla, disseppellirla infine da uno dei toponimi parziali del fosso Urcionio. Il quale, saltando in città sotto la cinta delle mura all’altezza della cosiddetta “Gabbia del Cricco”, dalla soprastante contrada prendeva nome di Sonsa: da Sunsa da Surnsa da Surnasa, significando appunto [fiume] della città di Surna.

Era il 1849. Pochi anni dopo – evidentemente ridimensionata la propria personale stilla di megalomania municipalista – con noncuranza degna del miglior Annio, Orioli disconosceva quel “miraggio” morfologico. Ammetteva l’arbitrario rovesciamento dei termini in questione, precipitava la complicata macchina etimologica giù nel fosso e lì se la dimenticava.

Per giungere a una sana quanto definitiva presa di distanze dall’orizzonte e dai metodi di Annio dovrà venire invece Cesare Pinzi, bibliotecario della città e storico pregevole, tutto intriso di spiriti positivistici: ma che toni accesi, che accenti da critico militante, che rilievo alla questione anniana!, in quel gioiello di sprovincializzazione metodologica che è la Prefazione alla propria notevole e ben narrata Storia della città di Viterbo. Solo che il testo è datato addirittura al 1887: sulla soglia cioè del secolo appena trascorso.

Voglio dire che quella delle frottole di Annio sembra proprio l’inevitabile tarantola, l’ossessione più cupa che riecheggi nei cervelli di noi viterbesi: l’istituzione “invisibile” per eccellenza di questa nostra bella quanto negletta città-Cenerentola.

Antonello Ricci


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17 giugno, 2014

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