Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Mi chiamo Daniele Di Cocchio.
Sono stato ibernato. Era un esperimento; dicevano al laboratorio di Frascati: vedrai che non succede nulla di grave. Beh, in parte avevano ragione, perché sono uscito da quella specie di bara di metallo dove mi avevano collocato in un sonno profondissimo, e mi sono ritrovato con lo stesso volto e lo stesso corpo di trentenne.
Quanto sono stato rinchiuso? Ho chiesto ai tecnici, e loro mi hanno risposto che ero stato lì dentro per cinquant’anni esatti: eh, se sono stato ibernato il 25 giugno 1964, oggi dovrebbe essere il 25 giugno del 2014: wow, sono nel XXI secolo.
Dunque: sono immediatamente tornato nella mia città, Viterbo, certo i miei amici dovrebbero avere sui 70-80 anni, molti di loro saranno in giro per la città, ma non credo che li riconoscerei facilmente. Comunque, ho messo un cappello e degli occhiali scuri, tanto per non creare, almeno per il momento, incontri imbarazzanti, io giovane e loro vecchi…
C’è qualcosa che non va, però. Volevo prendere il mio solito cappuccino con una cannolo da Schenardi, e non l’ho trovato; vabbé, sarà chiuso per caso. Vado da Parea a farmi un maritozzo e non lo trovo. Mi giro intorno, e non riconosco i negozi; cinquant’anni sono passati, certo, ma insomma… Ho solo pochi spicci, me li hanno dati a Frascati; mi hanno rilasciato anche un documento per ritirare dei soldi in banca. Vado alla Cassa di Risparmio a piazza del Comune, ma non c’è più la banca.
C’è qualcosa che non va. E’ tutto uguale e tutto diverso. Capisco che in cinquant’anni le cose cambino, ho visto più traffico, automobili meravigliose, ragazze che passeggiano con le gambe interamente scoperte, ho visto quei cosi che la gente porta quasi sempre all’orecchio, ci pigia le dita sopra e ci fa pure le fotografie, li chiamano smartfon o qualcosa del genere, ma i “capisaldi” di Viterbo, quelli non possono essere cambiati, sono la città.
Poi ho visto i sacchetti dell’immondizia lasciati per la strada e strani secchielli colorati rovesciati e semiabbandonati lungo le vie del centro storico. Impossibile: il progresso, il XXI secolo, dove sta?
Dopo 50 anni ho appetito; voglio farmi una scorpacciata al ristorante e ho scelto Aquilanti; bella passeggiata lungo viale Trieste, anche lì vedo molte cose cambiate, per esempio quegli edifici decorati degli ex Magazzini Generali ridotti a strutture sbiadite e fatiscenti… ma mi consolerò con Aquilanti: macché, anche lui non c’è più. E’ il terzo o quarto caposaldo che mi viene a mancare.
Ho girato per un po’ la città, mi sono sentito sempre peggio, non la riconosco; ci sono tante cose nuove, ma nessun vero miglioramento, mi mancano invece le cose di sempre, soprattutto quelle che facevano la città, che c’erano qui da un sacco di tempo, che dovevano essere “intoccabili”!
Così ho telefonato a Frascati.
C’è qualcosa che non va, ho detto, mi avete rimandato in una Viterbo sbagliata, forse in un’altra dimensione? No, no, non è che voglio rientrare nel cilindro, ci mancherebbe, ma per favore mandatemi nella Viterbo vera, quella mia, quella che ho lasciato cinquant’anni fa, con Schenardi, Aquilanti e la banca a piazza del Comune.
Daniele Di Cocchio
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