Viterbo – In scena la “giustizia incomprensibile” di Randazzo.
Ha debuttato ieri, nella cornice del cortile di Palazzo dei Priori, lo spettacolo “E forse una condanna al silenzio” di Ettore Randazzo, avvocato penalista ed ex presidente dell’unione delle camere penali italiane, che, in collaborazione con l’ordine degli avvocati di Viterbo, ha messo in scena, nell’ambito del festival Caffeina, un reading interattivo tratto dall’omonimo romanzo.
Protagonista dell’opera, è il professore di lettere Franco Eremita, interpretato da Pascal La Delfa, autore di un saggio sulla lingua italiana considerato blasfemo, vittima di una misura cautelare che gli vieta di parlare l’italiano fuori casa.
Il tema centrale del testo è quello di una giustizia incomprensibile, lontana dalla gente comune, spesso considerata semplice “affare altrui”.
L’opera ha offerto agli spettatori presenti taluni spunti di riflessione, riuscendo, anche attraverso la messa in scena dei suoi personaggi, a rendere concreti e visibili gli effetti della corruttibilità dell’essere umano, ha evidenziato il sottile confine che divide l’onestà dalla disonestà, il confine tra ciò che è concesso e quello che è il rispetto per gli altri e per noi stessi.
Nell’adattamento realizzato da Ettore Randazzo e Giulia Morello, che ne ha curato la regia, di “E forse una condanna al silenzio”, l’autore ha posto l’attenzione su quanto la realtà quotidiana e la nostra opinione, possano essere condizionate dai mass media e dagli ormai frequenti processi mediatici che vengono svolti su qualunque fatto di cronaca e, di conseguenza, su quanto sia labile il confine sull’informazione dei fatti.
La figura dell’inviato speciale, è stata interpretata dall’attore Cristiano Di Calisto.
Il reading, come spiegato dagli autori, è stato pensato per essere interattivo con il pubblico presente; infatti, l’inserimento di un attore-voce narrante tra la platea, ha avuto la funzione di rendere questa distanza approssimativamente vicina allo zero, riuscire quindi a fare quello che ogni forma d’arte dovrebbe: non dare risposte, ma porsi domande e rendere lo spettatore attivo, capace, anche attraverso il confronto, di contribuire con risposte proprie.
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