Roma – Riceviamo e pubblichiamo – La piccola e media impresa è il cuore pulsante del tessuto produttivo europeo, pilastro fondamentale dell’economia e della società. In Europa le Pmi costituiscono il 99,8% delle imprese e rappresentano, come dichiarato da Mario Draghi, l’80% dell’occupazione dell’Eurozona. In Italia toccano quota 99,9%.
Stessa percentuale per il Lazio dove le piccole e medie imprese assorbono l’83% dell’occupazione. Per rispondere alle esigenze delle numerose aziende del territorio associate a Unindustria, in questo primo biennio di presidenza del comitato Piccola industria ho indirizzato il lavoro della struttura su alcuni temi che ritengo prioritari, tra cui il credito e le reti di impresa come strumento per la crescita e per creare nuove opportunità di business su filoni innovativi, quali l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili.
Ma, per l’assemblea della Piccola industria di quest’anno, la scelta del tema è ricaduta sull’acquisizione di beni e servizi da parte della Pubblica amministrazione, perché siamo convinti che in questa delicata fase di ripresa la domanda pubblica possa determinare effetti positivi importanti per la crescita dell’economia e, in particolare, per le Pmi.
Le tendenze recessive sembrano essersi affievolite nell’ultima parte del 2013 e, in base alle indagini condotte in marzo-aprile, si evidenzia qualche segnale positivo: la possibile ripresa della domanda interna e il miglioramento dei programmi di investimento delle imprese. Occorre dunque definire le strategie da intraprendere per riavviare il processo di ripresa del nostro territorio. Strategie che devono includere e tenere conto delle Pmi.
I mercati interni giocano un ruolo cruciale in questa partita; la natura export oriented della nostra economia ha sempre avuto una solida base interna. Se gli ordini in Italia calano, le imprese, soprattutto le Pmi, ne patiscono pesantemente gli effetti: le medie imprese ottengono in Italia il 62% dei loro ricavi, le micro l’80% mentre, per le piccole, il giro d’affari legato al mercato interno vale tre quarti dei ricavi.
E il mercato in Italia, come negli altri paesi, è anche lo Stato. Uno Stato che ha la necessità di ridurre in maniera sensibile la spesa pubblica che ha superato la soglia proibitiva del 50% del Pil, deve anche tenere presenti quali siano gli effetti di politiche di revisione troppo lineari e poco attente. Le operazioni di spending review sono urgenti e non rinviabili, ma i tagli alla spesa hanno, oggi più che mai, il dovere di essere razionali, interessare le voci di spesa improduttive e foriere di sprech i e non penalizzare le imprese e il lavoro.
Per quanto riguarda gli appalti, tema più che mai delicato anche alla luce delle recenti vicende giudiziarie nazionali, riteniamo che la vera concorrenza sia l’unico antidoto alla corruzione. Gare vere, aperte, con più partecipanti, con sistemi di aggiudicazione trasparenti possono prevenire il male endemico del sistema che i casi di cronaca riportano all’attenzione. Rivedere la regolamentazione della Pa per l’acquisizione di lavori, beni e servizi per facilitare l’accesso alle piccole e medie imprese, garantendo parità di condizione di partenza rispetto alle grandi aziende: è questa la vera priorità perché l’obiettivo non è solo rafforzare la crescita delle Pmi, ma anche garantirne, oggi, in molti casi, la sopravvivenza.
Tra i grandi Paesi europei, l’Italia ha la maggior differenza tra la quota delle piccole imprese nell’economia e la loro percentuale di successo negli appalti pubblici. Unindustria è al lavoro per individuare dei correttivi attraverso i quali eliminare meccanismi escludenti per le Pmi nell’ammissione alle gare e nell’aggiudicazione degli appalti e permettere che gli effetti positivi di una più giusta concorrenza possano esplicitarsi.
Una prima misura che abbiamo proposto per aumentare la partecipazione delle piccole imprese agli appalti pubblici consiste nel dividere gli appalti di dimensione rilevante in lotti più piccoli. Attendendo riforme ad hoc in questa direzione, esistono casi virtuosi di stazioni appaltanti che hanno calibrato in maniera intelligente i lotti di alcuni appalti nel pieno rispetto dell’attuale cornice normativa.
La Pa potrebbe quindi già tradurre una volontà politica in una buona pratica. La Regione Lazio, ad esempio, potrebbe dotarsi di linee guida per adottare e incentivare meccanismi virtuosi nelle procedure di acquisto e di appalto per tutte le proprie strutture.
Una seconda misura riguarda la possibilità di riservare determinati contratti pubblici alle Pmi, il cosiddetto set-aside, seguendo l’esempio statunitense. Una tale misura è attuabile per i contratti sotto soglia a condizione che sia a favore di tutte le piccole e medie imprese europee evitando, così, il rischio di discriminazione di Pmi degli altri Stati membri. Si tratterebbe di riservare una quota degli appalti pubblici sotto soglia alle Pmi, stabilendo che ciascuna stazione appaltante regionale allochi una certa percentuale minima alle imprese di piccola dimensione (negli Usa è il 23%).
Una terza misura che potrebbe favorire le Pmi è il ricorso all’obbligo di affidamento da parte delle grandi alle piccole imprese. Tale ipotesi prevede che, per gli appalti di valore superiore a un determinato importo (pari a 500.000 dollari negli Usa), la grande azienda aggiudicataria debba necessariamente ricorrere all’affidamento di una parte del contratto a una o più piccole. Per un’impresa che sappia e voglia competere, c’è bisogno di uno Stato più semplice che richieda qualità e innovazione, mettendo tutti nelle condizioni migliori di concorrere.
Angelo Camilli
Presidente del Comitato Piccola Industria di Unindustria
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