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L'opinione del sociologo

A proposito di vandalismo…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

I tre ragazzi si allontanano, dopo aver appiccato l'incendio

I tre ragazzi si allontanano, dopo aver appiccato l’incendio 

I paletti divelti nel parcheggio di Valle Faul

I paletti divelti nel parcheggio di Valle Faul

Paletti dell'illuminazione a valle Faul

Paletti dell’illuminazione a valle Faul

Viterbo – Tutte le città soffrono di vandalismi e di comportamenti incivili di vario genere; la differenza la possono fare soltanto due fattori: un processo educativo di lungo corso, oppure una ferrea sorveglianza.

E’ evidentemente un problema di prevenzione. La letteratura scientifica distingue tre forme di prevenzione: quella primaria, che si chiama così perché parte dalla radice del problema, l’educazione appunto; quella secondaria, che cerca di scongiurare il problema attraverso la sanzione/repressione; e quella terziaria che si basa sulla protezione delle “vittime”.

Possiamo provare con la prevenzione primaria, quella che in genere è maggiormente apprezzata perché sembra politicamente corretta ed evita qualsiasi forma di costrizione; partiamo allora dalla scuola e insegniamo alle nuove generazioni il rispetto della città. Certo, ci vogliono dai 10 ai 20 anni per formare un giovane cittadino rispettoso del centro storico.

Nella ricerca che il sottoscritto condusse nel 2011 sull’argomento (Viterbo città sicura e sodale), la maggior parte dei circa 400 studenti viterbesi intervistati si espresse contro ogni forma di vandalismo, e una minoranza che lo praticava ammise di sentirsi un po’ cretina, anche se si giustificava con la noia e con la tendenza ad imitare gli altri. La scuola, dunque, funziona. Ma non per tutti, e bastano pochi imbecilli – un writer compulsivo, un pisciatore seriale, un karateka tignoso – per fare danni, talvolta persino irrimediabili.

Alcuni sindaci comprensivi hanno provato ad offrire lunghe pareti bianche in periferia, per consentire ai writer di esprimersi liberamente; altri hanno provato ad attivare bagni per i nottambuli dalla vescica intollerante; altri ancora hanno cercato di rafforzare l’arredo urbano. Niente da fare: una caratteristica del vandalo è quella di prendere piacere solo da ciò che è proibito, quindi vuoi mettere un bel graffito su un muro medievale, orinare su un portone privato e la sfida di riuscire a distruggere anche gli arredi urbani più resistenti? Di passata una notazione: alcuni di costoro ne fanno una questione ideologica, un’esibizione di anticonformismo, forse equivocando sul messaggio – peraltro spesso elaborato in modo poco chiaro se non proprio volutamente ambiguo – dei loro idoli musicali.

Allora, che fare? Quegli stessi ragazzi intervistati sorpresero tutti, dichiarando senza mezzi termini che “servivano più controlli”, e molti di loro aggiunsero “ anche severi”.

Allora potrebbe subentrare la prevenzione secondaria, quella che impedisce la consumazione del reato, grazie alla presenza continua delle forze dell’ordine ”sul posto”. Soluzione impossibile, data la scarsità di personale, peraltro già impegnato nel contrasto di altri e più gravi reati.

Tuttavia i controlli si possono fare anche indirettamente: e qui scatta la prevenzione terziaria, attraverso la videosorveglianza. Certo, la videosorveglianza non impedisce di per sé che il danno comunque possa essere fatto; ma è chiaro che se si sa che un Grande Fratello osserva, forse qualcuno eviterà di correre rischi…

La videosorveglianza è un deterrente, ed è anche un utile strumento per individuare i responsabili di atti di vandalismo. Ad esempio, per chi vuole godere del fascino del centro storico, di San Pellegrino, magari anche con una bottiglia di birra in mano, senza rischi e senza spettacoli penosi e indecenti, quelle telecamere sarebbero solo delle garanzie in grado di conferire serenità ad una bella serata fra amici.

Certo, gli antagonisti e i libertari in servizio permanente effettivo non riusciranno a sopportare di essere sotto l’occhio di quegli obiettivi, e sentiranno rimbombare nelle proprie orecchie solo le parole di Orwell; diranno che la sacra privacy ne viene offesa, che non sarà la videosorveglianza a risolvere i problemi, che è necessario impegnarsi nell’educazione, nella formazione e nell’informazione costante, riecheggeranno il sessantottino “vietato vietare”, insomma invocheranno di praticare la prevenzione primaria, senza però avere un piano su come fronteggiare il writer, il pisciatore e il karateka della prossima notte.

In molte città – italiane ed estere – grazie alla videosorveglianza si è dimezzato il numero dei reati compiuti negli spazi pubblici, nei luoghi commerciali e nelle aree urbane di pregio, ed è più che raddoppiata la percentuale degli autori individuati e arrestati. Se ne fa ampio uso perfino nel Regno Unito, che pure è la patria della privacy. Certo, c’è anche da dire che in alcune città è più alto il livello medio della coscienza civica e funziona persino una sorta di “sorveglianza di vicinato” che, senza giungere agli estremismi delle “ronde”, riesce a contrastare i vandali con una assidua presenza volontaria sul territorio.

In realtà la soluzione sta nella cosiddetta “prevenzione integrata”, che è quella raccomandata da buona parte della letteratura scientifica più avanzata: continuare certamente con l’educazione, che è comunque la mission di ogni società civile, magari addirittura potenziandola; ma operando soprattutto con la capacità di controllo e di dissuasione della videosorveglianza, che dà anche la possibilità di sanzionare chi non ha rispetto per la propria città e per i propri concittadini.

Francesco Mattioli


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21 luglio, 2014

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