Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – L’indagine pubblicata sul Sole 24Ore è la fotografia di una realtà amara.
La nostra provincia è quella che più di tutte ha subito gli effetti della crisi economica. Numeri e dati più volte segnalati da sindacati e organizzazioni professionali e di categoria. Ma non dobbiamo abbatterci. Dobbiamo invece ripartire da qui, rimboccandoci le maniche per disegnare un nuovo modello di sviluppo del territorio.
Un grande progetto integrato territoriale che possa rispondere alla vera domanda che oggi abbiamo di fronte: quale sviluppo per quale futuro? Una provincia che deve innanzitutto uscire dalle sue contrapposizioni interne e vivere il proprio territorio come un’unica identità culturale e produttiva, un unico grande attrattore turistico che esca dalle logiche di contrapposizione che vedono oggi Viterbo contro Roma e a volte i territori della Tuscia contro Viterbo stessa.
Dobbiamo pensare invece a un unico territorio che parla con Roma. Viterbo come porta verso l’antico, verso una Capitale che deve diventare anche lo sbocco commerciale privilegiato per la nostra produzione, spingendo la Grande Distribuzione a farsi promotrice dell’eccellenza dei nostri prodotti tipici e a conquistare spazi sia regionali che internazionali.
Una crisi economica che ha colpito più duramente che altrove anche per la vastità del nostro territorio, poco coeso al suo interno e con scarse infrastrutture. Un territorio che dobbiamo invece rendere omogeneo investendo sulle sue specificità.
Un nuovo modello di sviluppo che parta dalle sue risorse e dal rispetto di tutte quelle ricchezze che rappresentano il nostro vero patrimonio. Investendo poi in innovazione e nuove tecnologie.
Senza perdere il treno dei finanziamenti europei e di Expo 2015, utilizzandoli anzi per costruire insieme una politica economica e occupazionale innovativa. E’ fondamentale in questo momento avere coraggio ed essere anti-ciclici rispetto al modo convenzionale di pensare all’economia.
Ci sono segnali che vanno colti per stimolare nuove opportunità. In primo luogo, un crescente interesse di capitali stranieri ad investire sul territorio italiano. E’ evidente che molte sono le aree del Paese – forse più blasonate – che si contendono queste opportunità.
Ma nonostante questo, non dobbiamo temere di farci avanti e offrire le nostre potenzialità, che sono indiscutibilmente rilevanti. In secondo luogo il crescente trend di re-localizzazione delle imprese italiane dall’estero verso l’Italia. In questo senso alcune realtà importanti sono già presenti nella Tuscia, ma non sono incoraggiate oppure sufficientemente integrate con il tessuto produttivo locale. In terzo luogo il rinnovato interesse verso la piccola e media impresa di qualità, in contrasto al trend recente di fusioni e acquisizioni su grande scala.
La rete di piccole imprese può rappresentare oggi un punto di forza se è coniugata all’innovazione spinta e alla flessibilità produttiva. Anche in quest’ottica il nostro territorio può tranquillamente candidarsi a diventare punto di riferimento per un nuovo modello di sviluppo.
In particolare sono due le direttrici su cui investire: agricoltura-cultura-turismo e nuove tecnologie ad alto contenuto innovativo per un’industria manifatturiera intelligente e compatibile con il territorio. Un percorso capace di sviluppare un indotto e attrarre investimenti anche dall’estero. Investimenti che non puntino più sull’industria pesante o sull’espansione edilizia, ma sull’innovazione e l’intelligenza per la valorizzazione delle nostre ricchezze in sinergia con il territorio. Agricoltura e Tecnologia che possono e devono beneficiare di un patrimonio naturale chiamato storia, archeologia, tradizioni, ambiente, arte, centri e borghi medievali.
Seminare un mondo nuovo significa lasciarlo fiorire in tutta la sua bellezza. Significa difendere le nostre risorse da ogni forma di speculazione. E per farlo dobbiamo essere padroni in casa nostra, controllando tutti i passaggi economici che danno reddito e occupazione: dalla fase della produzione a quella della trasformazione, fino alla distribuzione e commercializzazione dei prodotti. Ecco perché dobbiamo e vogliamo creare dei Centri di Trasformazione di comunità, aree dove tutti i produttori agricoli, in forma singola o associata, possano portare i propri prodotti per fare una trasformazione di qualità, abbattere i costi di produzione e competere sui mercati.
Per non costringere più gli imprenditori agricoli della nostra provincia a portare i loro prodotti in Toscana, In Emilia o in Piemonte per la trasformazione. Nello stesso tempo possiamo immaginare anche lo sviluppo di un’area ad alto contenuto tecnologico. Un’area che punti tutto sull’innovazione tecnologica aperta alla collaborazione con altri attori esterni e capace di diventare un punto di riferimento internazionale. Una sorta di Silicon Valley della Tuscia in grado di attrarre imprese innovative, promuovere nuove iniziative imprenditoriali, incidere sulla configurazione del network dell’innovazione e sulla competitività internazionale del nostro sistema locale.
Questo tipo di industria leggera, a basso impatto ambientale e fortemente innovativa, non ha bisogno di grandi reti di energia ed è totalmente compatibile con un ambiente naturale come quello della Tuscia. Anzi, è proprio il contesto territoriale che determina una grande attrazione degli investitori internazionali per centri di eccellenza tecnologica dove la qualità della vita degli individui e delle proprie famiglie si sposi con un prodotto economico ad altissimo valore aggiunto.
E lungo questo percorso, non possiamo certamente perdere l’opportunità rappresentata dai finanziamenti europei – dai POR FESR al nuovo Programma di Sviluppo Rurale – da Expo 2015 e dalle politiche regionali per la coesione delle aree interne. Quest’ultime particolarmente importanti per la Tuscia, che, proprio a partire dagli indicatori critici del Sole24 ore, può candidarsi a diventare il soggetto per un progetto pilota della Regione Lazio.
Questo non è però sufficiente. Le amministrazioni tutte devono fare un salto in avanti e guardare al bene comune piuttosto che ad interessi particolari, aprirsi a investitori esterni al territorio, mettere in campo tutti gli strumenti normativi di semplificazione burocratica e favorire chi vuole investire, liberando le energie produttive del territorio.
Sono idee e proposte su cui lavorare insieme, guardando a noi stessi come parte integrante e propulsiva di un percorso unico e condiviso. E con in testa un solo obiettivo: il bene del territorio, il bene dei cittadini.
Riccardo Valentini
Capogruppo di Per il Lazio al Consiglio regionale
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