Tarquinia – Non c’è che dire: ieri sera “Il cappotto di Cardarelli” ha fatto il pieno. Di pubblico e consensi (fotogallery).
Dalle “mossa” del serpentone umano snodatosi da porta Tarquinia (quella con la bellissima corsa a valle delle mura medievali: ma i cornetani si ostinano a ribattezzarla “Clementina”) alle 21,15 (con comprensibile quarto d’ora di ritardo “accademico” rispetto al programma ufficiale) fino ai primi rintocchi della mezzanotte, quando le ultime note del blues che accompagnava i versi del XIII dell’Inferno si sono smorzate in alto nel magico spazio del tempio di Santa Maria in Castello): due ore e tre quarti di racconti e musica itineranti per strade e piazze della bella Tarquinia sulla scorta delle più intense pagine di Vincenzo Cardarelli.
È stato bravo Roberto Pecci (un ritorno di fiamma il suo: per anni ha tenuto atelier sul Lido di Tarquinia) che ha saputo far dialogare “alla pari” le sue percussioni con le nostre voci recitanti.
Bravo è stato anche Pietro Benedetti – e vorrei dire superlativo: almeno negli scoppiettanti omaggi peripatetici consacrati ai versi dialettali di Titta Marini e ai sonetti belliani a Maria, la prostituta di buon cuore (per antonomasia) discesa a Roma da Corneto.
Insuperabile Luciano Marziano che – siciliano all’anagrafe – volle scegliere tanti anni fa proprio Tarquinia quale seconda patria con passione intellettuale ardente fino a farsene vero e proprio genius loci: bravo stasera fino prenderci gusto e (lui così riservato) a fare personaggio di sé stesso con la rievocazione del suo esilarante incontro/”disavventura” con Cardarelli a Roma sui marciapiedi di via Veneto.
Ma il vero vincitore di questa sera è Alessandro: lui che si guarda intorno con gli occhi che brillano; lui che apre e chiude la serata con chiose piene di garbo e sobri ringraziamenti da vero ospite (di quelli di un tempo ormai scomparso); lui che ha voluto (e saputo) insolitamente spalancare porte e portoni, illuminando luoghi carichi di fascino solitamente serrati a quest’ora della notte (dalla Società Tarquiniense d’Arte e Storia, dove si custodisce la maschera funebre di Cardarelli al già nominato gioiello di Santa Maria in Castello).
Alessandro Antonelli, intendo: presidente dell’Università Agraria di Tarquinia, l’ente che (insieme con il Comune) ha cercato voluto organizzato e condotto in porto questa prima tappa di una serie di iniziative (itineranti e non) inedite per la comunità locale. Convinto com’era, Alessandro, che la scommessa potesse funzionare: che strade e piazze della splendida città maremmana potessero farsi teatro en plein air in cui riportare a casa e far risuonare di nuovo, dopo tanto silenzio, le parole del vate cornetano. Convinto com’era, Alessandro, che fascino urbanistico e nobiltà civile di questa rustica capitale di Maremma laziale, vibrati e profilati dai versi e dalle prose favolose di Cardarelli, potessero affascinare il turista ma al tempo stesso far riscoprire (con lieta sorpresa) ai cittadini tarquiniesi carisma e patrimonio portati in scena dal paese/paesaggio del loro vivere quotidiano.
Alessandro ha vinto insomma, su tutti i fronti, e ne va visibilmente orgoglioso: tanto che – ci scommetto – mentre rientriamo (chi alle macchine chi verso casa) a notte ormai fonda, sta già pensando a come fare ancor di più (ancora meglio) con la nuova avventura, fissata da Università Agraria e Comune di Tarquinia per sabato prossimo (sempre alle 21, con appuntamento presso Barriera San Giusto): un’altra passeggiata/racconto, questa volta dal titolo Il romanzo degli Etruschi.
Ma voglio chiudere con una risatina sotto ai baffi e con un “bravo!” anche per me: eh sì, perché iersera – per chi non lo sapesse – c’ero anch’io. E anch’io me la sono cavata. Pure piuttosto bene, se dovessi dire: se davvero sono riuscito a soffiare nella mia indiavolata armonica sugli endecasillabi cornetani di padre Dante nello spazio tra le solenni mura di Santa Maria e la snella torre che ne affronta la facciata di tre-quarti, accogliendo il viaggiatore in visita (torre che le leggende di famiglia di certi favolosi racconti al tempo della mia infanzia vorrebbero esser stata, un tempo lontano, di proprietà dei miei avi – i Pepe, se non erro)… beh, direi proprio di sì: me la sono cavata. Proprio niente male.
Antonello Ricci
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