Vetralla – Riceviamo e pubblichiamo – A guardarlo fotografato sulla copertina del suo ultimo libro (il cui secco titolo è già un programma: Grano, a cura di Gabriella Norcia, Davide Ghaleb editore 2014): così ieraticamente assorto, così sornione bello statuario con quella falce in mano e il grano mietuto ai piedi, potremmo prenderlo per un redivivo Brancaleone che sia infine riuscito a scambiarsi di posto con la morte.
Domenico Birelli come Brancaleone: perché arso dal folle desiderio di riportare in vita l’amata cavalleria dei tempi antichi (coi suoi miti e riti) in un cosmo ormai evoluto – troppo evoluto in altra direzione – quanto dimentico e disamorato.
Domenico Birelli come la grande falciatrice: perché intento a un vero e proprio rito funebre. Rievocare alla presenza il fantasma di un mondo che non c’è più: il ciclo del grano dalla semina alla panificazione, passando per lo straordinario balletto della falciatura – condotto secondo le tradizioni arcaiche trasmesse per secoli come una religione, di padre in figlio, sotto questo cielo-prigione di ulivi e grano fino al boom della motorizzazione dell’agricoltura, del progresso a tappe forzate, del miracolo economico, del dopo-storia.
E a voler sfogliare con appena-appena un po’ di tenera cura lo splendido reportage fotografico che chiude il volume (inserto curato dallo stesso Davide Ghaleb: il quale, per chi non lo sapesse ancora, è anche fotografo di vaglia, dallo sguardo inesorabilmente poetico) tra vitelli al pascolo brado casali abbandonati fondali di paesaggio solenni e spersi in una vanità remota foto di gruppo in pausa singoli ritratti in azione, ci si rende subito conto di trovarsi nel mezzo di una vera e propria seduta spiritica. Mondo contadino, se ci sei batti un colpo.
D’altronde è Domenico stesso, evocato a sua volta dalla curatrice a incipit di libro, a mettere in guardia il lettore. Egli ammicca con sapida scaramanzia, ripetendo come una litania il suo scongiuro preferito: – Ma quando non ci sarò più io, chi ve le racconterà ’ste cose?
Eh sì, perché se questo Grano è agile librino rievocatore (con vera nostalgia e tratti di poetica possessione) di un mondo morto e sepolto da tempo, di questo stesso mondo Domenico Birelli e i suoi amici “figuranti” (l’adorata consorte Attilia su tutti) sono gli sciamani. Ma sarà meglio usare il modo condizionale: vorrebbero essere. Poiché, come è ben noto, ciò che una volta è stato non torna più.
Titanica e chisciottesca dunque l’impresa di Domenico: salvare, impaginando “tutto” in un libro, luoghi cose strumenti azioni saperi. Ma insieme – e doppiamente – salvarne, per grazia di racconto, le parole corrispondenti. Perché è vero che un mondo è perduto quando ne siano morte le azioni vive (e la sapienza ad esse sottesa: esemplari, in tal senso, la descrizione dell’uso della mano nella semina o la coreutica della falciatura). Ma, se possibile, esso sarà ancora più morto laddove – insieme con azioni e utensili – siano andate perdute anche le parole che ne custodivano la presenza: scolorite dalle mappe del mandato-a-mente oltreché del vivere quotidiano.
Col curioso paradosso, infine, per cui ogni qual volta quel mondo “torna”/risorge, almeno nei riti apotropaici della falciatura secondo il modo antico, almeno nelle filastrocche del ricordo e del racconto, Domenico – per quanto dannatamente consapevole dell’ignominioso carico di fame ignoranza servitù che quel mondo-bastimento portava con sé, per averlo vissuto/subito alla lettera tra la fine degli anni Trenta e l’immediato secondo dopoguerra ed essergli sopravvissuto – Domenico è felice. Gioisce: senza se e senza ma. Senza bisogno di un perché. Mentre Monte Calvo (tutto intorno al casale del guardiano, ormai in rovina) attraverso le bizze i singhiozzi i mulinelli sillabati da un immaginario cinematografico generazionale, affollato e trasognante e stracolmo di esotismi da western o peplum, sorprendentemente si ripopola di presenze ricordatore, neanche fossimo a veglia: vitellini nel mandriolo; campagnoli che mangiano come pionieri all’ombra del proprio carro; capannari in cerchio come indiani intorno al focolare del loro teepee; trebbie che sbarcano sull’ara come pittoresche processioni da Egitto antico; lo spettacolo sublime dei campi di grano pettinati dal vento, belli come coperte, e di ragazzi che, con fermo-immagine da pellicola neorealista, pedalano in bicicletta fino al più vicino poggio: per affacciarsi e ineffabilmente contemplare e constatare che la stagione fila per il giusto verso anche quest’anno.
Racconti dunque come popolane zampe-di-coniglio agitate contro il tempo tiranno. Sfoderati come sorrisi. Neanche quel mondo perduto (relegato ai margini da un progresso a tappe forzate del quale ancora non sappiamo bene che fare) neanche quel tempo perduto fossero stati davvero Arcadia Felix, una qualche Età dell’Oro. E noi commensali frugali, lavoratori pieni di antica dignità, popolo serenamente “distante” in salvo dalla Storia. Comunità perfettamente compiuta. Da sempre. Per sempre.
Antonello Ricci
Per il ciclo de «Le passeggiate del Santo Editore», ancora una iniziativa in collaborazione con Pro Loco Vetralla, associazione Sasso Grosso, MusicALcentro e Frantoio Paolocci: l’appuntamento è fissato per venerdì 8 agosto alle 18 a Vetralla, nella suggestiva cornice del giardino di palazzo Paolocci in via Roma 41.
Davide Ghaleb editore e Banda del Racconto metteranno in scena una speciale passeggiata «surplace»: C’era una volta il grano – testimonianze, ricordi e canti a margine del nuovo libro di Domenico Birelli (Grano, Davide Ghaleb editore 2014) a cura di Gabriella Norcia.
Antonello Ricci dialogherà con l’autore. Letture «da fermo» di Olindo Cicchetti. Alla chitarra Tito Ferretti. Come sempre il biglietto consiste nell’acquisto di un libro del catalogo di Ghaleb Editore.
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