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Viterbo - Finanza - La procura vuole il processo per tutti gli indagati - Ridotte le accuse

Fatture false per 4 milioni, sei richieste di rinvio a giudizio

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La guardia di finanza

La guardia di finanza 

Il pm di Viterbo Renzo Petroselli

Il pm di Viterbo Renzo Petroselli 

Viterbo – Sei richieste di rinvio a giudizio per un giro di fatture false da quattro milioni di euro.

Evolve così l’indagine della procura viterbese su una presunta maxi evasione fiscale messa in piedi tra Viterbo, Terni e Roma.

Il pm Renzo Petroselli chiede il processo per tutte le sei persone iscritte fin dalla prima ora nel registro degli indagati. Ma alleggerisce il carico: cadono le accuse più gravi di associazione a delinquere e riciclaggio e resta solo quella di emissione di fatture false.

Solo un imprenditore del Viterbese è coinvolto nell’inchiesta, che arriverà a breve in aula, con l’udienza preliminare.

Gli altri denunciati hanno tutti a che fare, a vario titolo, con società tra l’hinterland romano e ternano, tutte operanti nel settore delle costruzioni e infrastrutture per le reti ferroviarie.

I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Viterbo scoprirono un meccanismo rodato e collaudato per evadere il fisco. Secondo le indagini, l’imprenditore viterbese avrebbe fatturato alle altre società coinvolte. Fatture a molti zeri e per operazioni inesistenti che portavano costi mai sostenuti nei bilanci societari, consentendo agli imprenditori di abbattere il carico fiscale e pagare meno tasse.

Ma il vantaggio c’era anche per l’imprenditore viterbese: stando a quanto scoperto dagli investigatori, gli altri imprenditori avrebbero saldato gli importi delle fatture con bonifici bancari al collega viterbese, che avrebbe poi restituito il tutto trattenuto per sé il 50 per cento dell’Iva.

Tra i denunciati, c’è anche il direttore di una nota radio romana senza incarichi in nessuna delle società coinvolte, ma con un compito ben preciso: cercare imprenditori in difficoltà, disposti a prestarsi a commettere frodi fiscali per pochi spiccioli.

L’inchiesta ha aperto la stagione dei sequestri preventivi per equivalente anche nella Tuscia. Quello a carico degli indagati, fu il primo eseguito in provincia dall’entrata in vigore della finanziaria 2008. Il provvedimento ha consentito agli uomini del nucleo di polizia tributaria di assicurare somme all’erario prima che fosse troppo tardi. Conti correnti per 2,8 milioni di euro furono bloccati dalle fiamme gialle ad aprile 2013. In otto mesi, gli indagati hanno restituito circa un terzo della somma, portando un milione e mezzo di euro nelle casse dell’Agenzia dell’entrate. Anche per questo l’accusa si è ridotta al solo reato di emissione di fatture false.

La buona notizia è che una buona fetta della somma evasa è stata restituita allo Stato in poco tempo.


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11 settembre, 2014

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